Non è paura del diverso, è ribrezzo e senso di colpa verso il povero



Vedo cose sempre più strane e fuori dal mondo ultimamente. Vedo disperati ricacciati in mare e porti che chiudono per ferie, uomini che hanno il terrore di guardare una donna su un autobus per paura di un'accusa di molestie, vedo vomitare opinioni non autorevoli in una cloaca virtuale ma non mi soffermerò sul male da social network che affligge questo mondo. Ci vivo relativamente bene senza e sono di quella generazione di persone che ha vissuto il prima e dopo. Per quanto i social facciano parte della vita di tutti, anche e soprattutto di chi i social li subisce, sono sempre convinto che reale e virtuale siano ancora due mondi distinti. Non sono mio nipote di quattordici anni che quando avrà la mia età non avrà mai conosciuto il mondo senza di loro.
Precisato questo, riflettevo sulla paura del diverso che ha assunto proporzioni bibliche nel mio martoriato e lamentoso Paese. Una contraddizione se pensiamo al popolo di santi, poeti e navigatori (e viaggiatori) che siamo sempre stati e soprattutto al fatto che le persone più belle della storia molto spesso sono state il frutto di un incrocio tra razze diverse (un po' animale come definizione, ma tanto gli animali ormai sono esseri superiori).
Non è paura del diverso in realtà. È proprio ribrezzo per il povero, per il brutto. Nessuno di quelli che plaude a un ignobile ministro dell'interno per aver chiuso i porti, giusto il tempo di fare finire le elezioni, avrebbe problemi pregiudiziali contro un negro se questi si presentasse alla sua porta ben vestito e con un automobile di grossa cilindrata parcheggiata nel vialetto. 
Non è neppure chi arriva sul barcone, è il barcone stesso che ci dà la certezza che sbarcheranno poveracci che, apparentemente, avranno l'unica disgrazia di avere bisogno dell'aiuto di qualcuno. 
È vero che il razzismo colpisce anche i più ricchi, vedi Balotelli giusto per citarne uno, ma quella è frustrazione, invidia, dato che Balotelli potrebbe comprarsi uno ad uno coloro che lo insultano per il suo colore di pelle (anche se la maggior parte di loro lo insulterebbe anche se fosse albino).
Tra le cause che possiamo individuare relative a questo disprezzo verso i più disagiati della società, più che la paura di diventare come loro (ingiustificata, dato che come loro ci siamo già stati in più di un'occasione nel corso della storia), c'è quell'insopportabile senso di colpa al quale siamo stati abituati sin da piccoli, quel "devi finire tutto quello che hai nel piatto perché in Africa i bambini muoiono di fame, come se le crisi umanitarie fossero colpa del bimbo che non finisce i sofficini.
 Il senso di colpa è un animale strano, perché se in molti sono convinti che le persone siano aperte all'aiuto proprio in funzione di quella sensazione, io sostengo che in realtà gli individui non fanno altro che allontanarsi dal problema, quando quel problema genera loro un conflitto interiore. È questo quello che fanno quei disperati sui barconi: ci ricordano qualcosa che facciamo di tutto per dimenticare, ed è per questo che li odiamo, forse segretamente speriamo che anneghino durante la traversata, perché così un'onda troppo alta ci libererà da un problema che altresì avremmo dovuto affrontare. Sappiamo benissimo che quando arriveranno faranno affidamento su di noi, socialisti solo quando il portafoglio langue e capitalisti non appena viene rimpinguato. E noi ci troveremo in imbarazzo come quando ci chiama all'improvviso un amico che ha appena perso tutto o è appena stato sbattuto fuori di casa e ha bisogno di un posto dove stare per qualche settimana. Ignorandolo passeremmo per insensibili e figli di puttana, ma lo faremmo ben volentieri se potessimo.
Per dare aiuto senza chiedere nulla in cambio bisognerebbe almeno una volta nella vita essersi trovati nella situazione diametralmente opposta. In altra maniera ci fermeremo sempre al "cosa ci guadagno io ad accogliere un disperato senza soldi a casa", non andando più in là del proprio naso. 
L'Italia è un Paese che dovrebbe avere nel suo DNA questo concetto, talmente insito da non poterlo mettere in discussione. Guerre mondiali, povertà estrema nel Mezzogiorno già ai tempi dell'Unità d'Italia ci hanno sempre spinto verso l'estero, esportando eccellenza ma anche criminalità e furbizia, che poi è quello che fa qualsiasi popolo quando emigra. L'Italia invece è un Paese che rifiuta l'immigrato, che chiude porti come una Malta qualsiasi (come se il peso internazionale fosse lo stesso) per il discorso che facevamo prima: un popolo di socialisti quando hanno bisogno loro che azzera la memoria quando ad aver bisogno è qualcun altro. Il massimo dell'ingratitudine. Un Paese che pensando di dare il voto a un partito onesto (fa ridere solo pensarlo), si è messo nelle mani di un fascista, perché nessuno mi toglie dalla testa che Salvini, nell'immaginario comune, sia già diventato il vero presidente del Consiglio. Non era molto difficile avere la meglio, in quanto a carisma, su un burattino tenuto con i fili e un ex steward del San Paolo. Saranno condannati all'irrilevanza perché in politica funziona l'esperienza, non l'onestà. Quella è sempre più irrilevante. 
Ed è quello che vogliono gli italiani: un altro fascista che mostra i muscoli, che li tolga dall'impaccio delle loro coscienze alzando i muri invece di innalzare ponti. Così potranno sentirsi meglio facendo finta che il problema sia scomparso. 
Fino alla prossima volta nella quale saranno loro ad essere i disperati.





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