Perché Tolstoj e Alexander Supertramp ci hanno mentito




Qualche giorno fa un conoscente mi ha scritto un messaggio in inbox spaventato: "È da mesi che non pubblichi nulla sulla tua pagina, sei vivo, va tutto bene?", questo perché se non racconti la tua vita, automaticamente sembra che non esista più.

L'ho fatto per anni da quando è nato Facebook e ancora prima, dai tempi di Windows Live Messenger, MySpace e tutti gli antesignani dei social network, perciò non intendo sputare nel piatto nel quale ho mangiato. Dico solo che da un anno a questa parte quando è successo qualcosa di rilevante nella mia vita (al netto di date di presentazioni di libri o articoli condivisi su questo stesso blog, ma quello è lavoro), la prima domanda che si è accesa nel mio cervelletto é stata banalissima ma ricorrente: "perché?". Perché condividere la mia giornata d'allenamento ad arti marziali, mostrare il colore della cintura nuova di zecca appena conquistata o le forme appena imparate, un paragrafo del nuovo libro in cantiere che mi piace particolarmente, un piatto d'alta cucina mangiato durante una riunione tra amici e parenti, l'ultimo libro appena letto in tre giorni di full immersion, la serie Netflix che non mi ha fatto dormire per poterla finire più in fretta possibile, il manuale di scrittura creativa che ha messo alla prova le mie labili convinzioni da scrittore o l'ultimo articolo scritto per lavoro che ha fatto il pieno di ingressi sul sito?
Vedete? Alla fine non volevo condividere nulla e ho finito per vuotare il sacco lo stesso, mannaggia a me. Ma questo blog è uno spazio che avverto come più intimo, nonostante gli iscritti siano infinitamente di più dei miei contatti su Facebook o su Instagram. Chi legge qui ha scelto di esserci, per curiosità di sapere la piega che avrebbero preso i miei viaggi quando questo blog era neonato, per la semplice voglia di leggere un punto di vista diverso dal suo o per il semplice impulso di criticare a prescindere. Un po' diverso da ritrovarsi sul feed di Facebook le storie di un perfetto estraneo solo perché qualcuno dei miei contatti ha messo un innocuo like. C'è una bella differenza dal decidere a chi aprire la porta e offrire un bicchiere di vino e scendere in strada per andarlo a regalare a tutti quelli che passano all'angolo. C'è chi apprezza il gesto, ma la maggior parte lo guarda con diffidenza proprio perché é gratis, alcuni lo assaggiano e te lo sputano addosso semplicemente perché non conforme ai loro gusti, altri si girano dall'altra parte per paura di essere importunati. Ecco, questo è quello che giorno dopo giorno mi sembra la homepage dei social network: una moltitudine di persone che ognuna ai loro angoli offrono la loro opinione a persone che sono sempre meno di passaggio e sempre più loro stesse a cercarsi un cantuccio dal quale poter dire "Ehi, ci sono anch'io, casomai vi foste chiesti se sono vivo o morto". 

La verità è che non c'è una risposta a quel perché di cui sopra.
 Abbiamo di fatto preso troppo alla lettera una citazione di Tolstoj, poi ripresa da Jon Krakauer e Sean Penn in Into the Wild, secondo la quale la felicità è vera solo quando condivisa. Niente di più lontano dalla realtà, ma non perché non sia vero di per sé, ma perché é stato completamente travisato il concetto stesso di felicità. Tant'è vero che McCandless stesso nel libro poi adattato al cinema lo specifica: 
“Ti sbagli se pensi che le gioie della vita vengano soprattutto dai rapporti tra le persone. Dio ha messo la felicità dappertutto, è ovunque in tutto ciò di cui possiamo fare esperienza, abbiamo solo bisogno di cambiare il modo di guardare le cose”. L'avrà messa anche nei social network questa felicità? Perché a giudicare dalla quantità di hater che vi ci albergano, questo mi pare più un inferno di un paradiso della condivisione, ma questo è un altro discorso.

Siamo una generazione di scrittori di post improvvisati frutto di studi mai fatti che pensano davvero di avere una vita interessante al punto che qualcuno si appassioni da volerla assistere in streaming.


Dopo varie esperienze in giro per il mondo, dopo essermi mescolato tra usanze, culture e tradizioni diverse, con tutto ciò che questo comporta, sono sempre più convinto che essere felici dipenda spesso da una crescita personale, da un investimento di tempo sulla conoscenza di se stessi, dei propri limiti e dei propri punti di forza. Difficilmente dipende da quello che ci capita intorno, dagli amori che abbiamo, dalle amicizie che coltiviamo né dai luoghi che visitiamo. Possiamo essere in cima alla montagna più alta del mondo con gli occhi sul miglior paesaggio che possiamo immaginare, ma non essendo comodi con noi stessi cercheremo sempre nei nostri pensieri qualcuno che non è lì con noi al quale gridare in faccia quanto sia bello quello che stiamo vedendo. E non avendocelo vicino scattiamo un selfie e lo gettiamo alla rinfusa in un calderone che ci restituisce like e commenti, aumentando plasticamente la nostra euforia senza però sfiorare il nostro livello di felicità. C'è poi da considerare il fatto che le persone che stanno bene e che irradiano benessere (non parlo di ricchezza), generano invidia molto più di quanto generino ammirazione. Vi sarà successo almeno una volta di aver passato un momento pieno, bello e di soddisfazione. La prima reazione sarà stata quella di chiamare vostra madre, il vostro cane o il vostro migliore amico per condividerlo con loro e per motivi a voi sconosciuti, dopo aver raccontato come vi sentivate, la sensazione è stata quella di ritrovarvi sgonfi come palloncini bucati, come se tutta l'energia sprigionata in quel momento fosse passata da voi a qualcun altro. E perché non dovrebbe essere così anche sui social? 
La soluzione quindi è fare il pieno di esperienze e tenersele per sé? No, tutt'altro. Una persona che fa esperienze che causano una sua crescita dimostra solo con la semplice presenza quanto faccia bene a chi gli sta vicino, esattamente come un buon scrittore (e ringrazio sentitamente la cara editor del mio nuovo libro per avermelo fatto notare a più riprese) non ha bisogno di spiegare quello che accade nella sua storia ma si limita a farla vivere al lettore descrivendone le azioni. Come ci atteggiamo davanti a una persona che ci ripete impulsivamente di essere felice, se non dubitando del suo equilibrio mentale? Per questo la felicità non è direttamente collegata alla condivisione del momento. Forse lo è l'euforia, ma quella si spegne con la stessa velocità della fiamma di un fiammifero appena sfregato e cioè il tempo che un post esaurisca la sua spinta propulsiva, faccia smettere di parlare di sé e le lucine rosse in alto a destra smettano di illuminarsi. Sono euforico nel momento stesso in cui rivedo una persona a me cara dopo tanto tempo, e mi sentirò bene a prescindere dal mio stato d'animo. Ma quello che darò a questa persona in termini di empatia dipenderà strettamente da come mi sento con me stesso, dato che quell'euforia svanirà insieme all'entusiasmo di aver visto qualcuno che non si vedeva da anni.

A mio modo di vedere non si è più in compagnia di quando ci si trova soli e sperduti.  Se c'è una cosa che ho imparato dai miei spostamenti in solitudine è stata trovare compagni di viaggio strada facendo. Onestamente, non stavo scappando dai miei problemi, tant'è che al mio ritorno erano ancora lì ad aspettarmi. Stavo cercando me stesso sfidando i miei limiti.

 Poter contare su se stessi è la più grande ricchezza che si possa avere. 
Perché le persone attorno a noi vanno e vengono, con se stessi ci si passa una vita intera.
Anche senza ricordarlo agli altri ogni giorno.


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