#Barcelona, risparmiateci la vostra inutile indignazione

I social network nelle ultime settimane erano talmente impestati di lotte senza quartiere tra vaccinisti e antivaccinisti, di scontri senza esclusione di colpi per rigurgiti omofobi mai del tutto mandati giù, che doveva succedere qualcosa di estremamente terribile per tappare la bocca a tutti. Non è stata la prima volta, purtroppo non sarà l'ultima, ma i morti sulle Ramblas di Barcellona sono finiti inevitabilmente in primo piano, facendo diventare tutto il resto un pallido rumore di sottofondo. 
La morte dovrebbe avere almeno un aspetto positivo. Almeno uno. Quello di farci rendere conto indistintamente quanto siamo fortunati a essere vivi. Dovrebbe unirci, dovrebbe farci stare in silenzio e tenerci per noi le nostre utilissime opinioni che nessuno ci ha chiesto. 
Dopo un fatto del genere sembra un riflesso incondizionato per il cosiddetto popolo del web farsi una domanda automatica: "E adesso che cosa dico? Che cosa scrivo per testimoniare la mia indignazione?" "Cosa scrivo di così politically correct per far sì che l'hater di turno non mi contesti il fatto di piangere solo i morti se sono in Europa o Usa e non se un attentato terroristico fa migliaia di morti in Medio Oriente? 
Del resto cosa c'è di male nel sentire il dolore per una città ferita così vicina alla nostra cultura e non battere ciglio se la stessa cosa avviene a Hong Kong o in Cina o in Siria? È cinico, certo, ma quante persone possono dire in tutta onestà di pensare in quanto razza umana e non in quanto individui? 
L'individuo ragiona come un animale per salvaguardare il suo spazio e reagisce solo quando viene minato il suo perimetro. Per questo #JesuisParis, #JesuisManchester, #JesuisLondra e ora #JesuisBarcelona. Del resto quando scorriamo la cronaca e leggiamo di un bambino morto in un incidente o in un attentato dall'altra parte del mondo, la nostra mente ci restituisce automaticamente un pensiero: "Poteva essere mio figlio, mio nipote", ma altrettanto velocemente ci suggerisce le parole "Sì, ma per fortuna non era lui". Questo proprio perché non pensiamo come razza umana, ma ci limitiamo a salvaguardare il nostro piccolo giardino. È umano tutto ciò, ma fino ad allora almeno risparmiamoci l'ipocrisia delle preghiere e i pensieri da due soldi su Facebook, che per trovarne uno minimamente intelligente bisognerebbe rovistare nelle bacheche come un barbone nell'immondizia.
C'è chi inneggia a Oriana Fallaci, vero idolo delle masse post attacco terrorismo, che dimenticano come la loro giornalista preferita era una che divideva e non certo che univa e di tutto si ha bisogno in questo momento meno che di odiare il diverso in quanto tale. Prudono le mani e gli occhi a leggere i soliti personaggi che non vedono l'ora di chiudere le frontiere del loro Paese, poi della loro regione, della loro città e poi direttamente barricarsi in casa, tanto uno smarphone dal quale spargere odio e ignoranza non passa i controlli delle loro dogane. Verrebbe voglia di insultare tutti, ma poi mi ricordo di uno dei pochi post intelligenti che ho letto ultimamente proprio contro gli hater: insultarli ci fa diventare come loro, la loro vita stessa è già di per sé un insulto. 

E quindi da domani tornate pure a odiarvi l'un l'altro tra novax e sivax, tra omofobi e libertini, senza apprezzare nemmeno per un istante il fatto che i terroristi abbiano colpito qualcuno che non eravate voi e senza capire che in questi casi l'unica cosa da fare sui social è lasciare una pagina bianca.
Perché a volte non c'è proprio niente da dire.

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