IN COLOMBIA! Bogotà repetita iuvant

Per una settimana di vacanze avrei potuto prendere la cartina del Sud America, chiudere gli occhi e puntare il dito a caso, per scegliere uno degli innumerevoli luoghi nei quali ancora non ho piantato la bandierina. 

Avrei potuto andarmene al mare, sulla costa a maledire il sole bruciante, in Amazzonia a maledire gli insetti famelici o alle Galapagos, che detto tra noi stanno diventando la mia Argentina personale (vale a dire che, quando pianifico di andarci succede sempre qualcosa che mi mette i bastoni tra le ruote. Tradotto in termini semplici e reali, non è ancora arrivato il momento e queste sono tutte scuse).
E dove poteva finire Ale Cona detto anche Repetita Iuvant, l'uomo che quando vede un film che lo stuzzica più del normale deve rivederlo, rivederlo, rivederlo fino a quando lo può riprodurre come un pappagallo con tutte le sue sfumature? (Il film del periodo è Relatos Salvajes, visto solo 9 volte e già imparato completamente in lingua originale).
A Bogotà ovviamente, un cesso di città direbbe Vittorio Sgarbi (a dire il vero lui lo diceva di Berlino, ma mi piaceva il modo di inveire e l'ho fatto mio), una sporca capitale latina dove ho vissuto per tre mesi lo scorso anno, un tempo sufficiente per vedere tutto quello che vale la pena (e grattata la patina è davvero molto), ma un cesso di città rimane.
E lo dico con il maggior rispetto possibile e senza volermi inimicare i miei amici che ci vivono. Non è un luogo prettamente turistico, nel senso che in pochi dall'Europa partono per pianificare una vacanza esclusivamente nella città, preferendo altri lidi più affascinanti e finendo per perdersi quello che un luogo del genere nasconde.

Bogotà è un conglomerato di odori che giungono all'olfatto senza logica alcuna.

L'olezzo di urina nel parco adiacente al Museo dell'Oro mi rassicura, indica che il tempo passa lentamente anche in una città dove tutti corrono, soprattutto quando andrebbe speso per debellare la piaga dei senzatetto. A sentirli parlare sono tutti arrivati da lontano, hanno tutti un figlio che sta per morire se qualcuno non contribuisce con una moneta da 50 pesos.
E quindi cosa ci faccio in questa megalopoli disordinata dove il sole è bianco pallido come un anemico? Forse perché sostanzialmente sono un vagabondo (Luigi Cona docet) e parafrasando un vecchio film di Virzì "Voglio rovistare tra le immondizie della vita", forse perché circondarsi di malessere a volte fa porre l'accento sulle cose che sembrano scontate la maggior parte del tempo, forse perché per un mucchio di persone che si sentono libere con le palle a cuocere al sole per 15 giorni dopo 350 di schiavitù c'è sempre qualcun altro, possibilmente con capelli radi, barba folta e cejas pobladas, che vuole vivere da camminante un luogo dove tutti si muovono a passo spedito e osservare quello che la maggior parte di loro si perde. 
Bogotà è come la bacheca di Facebook: un enorme contenitore di inutile immondizia nel quale di tanto in tanto si possono trovare perle nascoste, a parte i soliti utenti che ammorbano i loro contatti con il loro "inutile pensiero" (cit. 2 Sgarbi), i loro wurstel, i loro animali, le loro lotte per i cani e i leoni e le loro negligenze per gli esseri umani e la loro vita piatta che farebbe addormentare anche L'uomo senza sonno se raccontata di persona. 
Bogotà è un patrimonio di umanità che ho trovato in pochi luoghi al mondo e mi fa sentire tranquillo nonostante il pericolo che si insidia dappertutto, come chi conosce ogni ciottolo del giardino di casa propria. 

Bogotà è una città dove ci sono iniziative culturali da vendere e librerie deserte,  una città dove un biscotto al cioccolato costa come un pranzo intero in due locali adiacenti tra di loro, una città nella quale gli edifici vengono su anno dopo anno come funghi senza nessun tipo di piano urbanistico, una città dove i tassisti chiedono agli utenti di spiegare dove accompagnarli perché non possono ricordarsi tutte le strade di una città così grande (seppur la numerazione sia così semplice da essere alla portata di un minorato mentale). 
Bogotà è una città che mi rassicura, uno di quei posti dove tornerò sempre proprio per sentirmi come una persona che prima di andare a dormire mette play su un film già visto e rivisto, perché non vuole concentrarsi su qualcosa di nuovo da scoprire (e poi poterlo riprodurre come un pappagallo).


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