COLOMBIA/ECUADOR, I poliziotti di frontiera

Sono le 18 di un sabato qualunque a Rumichaca, un minuscolo paesino che viene menzionato nelle cartine geografiche e nei passaporti solamente in quanto ultimo avamposto prima di arrivare in Ecuador per via terrestre dalla Colombia.
Non ricordo più quante volte, negli ultimi due anni, ho attraversato il ponte che collega i due stati, sotto il quale scorre proprio il fiume dal quale prende il nome il paesino di frontiera. Se le prime volte che attraversavo la linea di confine tra due Paesi la cosa mi suscitava una certa angoscia ingiustificata, adesso posso dire che tutto ciò non mi faccia né caldo né freddo. 
Mi hanno sempre dipinto i luoghi di frontiera (almeno qui in Sud America) come terre di nessuno dove in qualche modo confluiva tutto il pericolo che in larga parte era stato arginato nei maggiori centri abitati, ma in qualche modo, a parte un'aggressione vista con i miei occhi di un ubriacone ai danni di un turista a Tumbes in Perù qualche anno fa, l'angoscia scompariva nel momento stesso in cui l'addetto all'ufficio d'immigrazione poneva il timbro d'entrata sul mio passaporto. 
Ho così quasi del tutto dimenticato che la Colombia è pur sempre uno dei primi Paesi al mondo per produzione e traffico di droga e che un uomo con barba incolta, sopracciglia pronunciate e capelli radi che viaggia in tutta solitudine con una piccola valigia può dare nell'occhio. 
Dopo aver timbrato l'uscita dal Paese dei cafeteros ci si trova come in una sorta di terra di mezzo, situata proprio sul ponte che collega i due stati, sopra il quale decine di persone insistono per cambiare pesos colombiani in dollari. Sventolano quei fasci di biglietti di grosso taglio per convincere il viaggiatore di turno a preferire loro a una delle botteghe situate proprio a ridosso dell'ufficio immigrazione nel quale si opera lo stesso cambio. 
Io sono ligure, vengo da una terra dove i conti devono tornare a tutti i costi. Dopo aver chiuso la valigia, l'ultima cosa che faccio prima di partire è controllare il cambio ufficiale delle valute, nel caso in cui mi trovi a dover fare cambi. Per pochi centesimi, sarei disposto a camminare un chilometro in più.
Attraverso il ponte di Rumichaca quando il sole sta tramontando, pensando già all'ultimo camioncino collettivo disponibile per recarmi al terminal di Tulcan, dal quale partono autobus per Quito. È un tragitto fatto e rifatto più volte, che conosco ormai a menadito.

Apro il portafogli e noto che mi sono rimasti poco più di 45mila pesos colombiani, 20 dollari circa. Potrei evitare il cambio alla frontiera, anche se con gli stessi verdoni posso pagare il viaggio fino a Cuenca ed evitare di prelevare in una banca che non sia la mia. La bottega nella quale opero i cambi ogni volta che passo questo ponte tra due stati è però inspiegabilmente chiusa, nonostante ci sia ancora la luce del giorno.
Penso quindi di timbrare l'entrata in Ecuador e poi tornare in Colombia per cambiare il denaro. Ignoro del tutto che qualcuno con la divisa stia osservando i miei movimenti, considerandoli sospetti.
Così, dopo aver messo l'ennesimo timbro ecuadoriano sul passaporto, torno sui miei passi, recandomi in un altro negozio di cambio valuta situato dal lato colombiano del fiume. Nell'attraversare per l'ennesima volta il ponte, questa volta verso l'Ecuador, mi si avvicina un poliziotto in borghese che mi intima di fermarmi dove sono. Ovviamente lo scambio per uno dei tanti dubbiosi personaggi che cambiano dollari e quasi lo mando a quel paese. La guardia deve mostrarmi il tesserino per convincermi e accompagnarmi in uno stanzino dove vengono controllati da testa a piedi i viaggiatori di passaggio.

Spesso dicono di non preoccuparsi con i poliziotti se non si ha nulla da nascondere, ma non è sempre così. La divisa mette paura proprio quando non si trasporta nulla di male, soprattutto da questo lato del mondo. Le leggende sui turisti raggirati con droga nascosta ad arte nei loro stessi bagagli per spillargli soldi, con la minaccia di un posto nella più vicina prigione, si rincorrono da una bocca all'altra da queste parti.

Il primo pensiero mentre mi dirigo verso lo stanzino della Narcotici è se in prigione avrei diritto al wifi libero, per poter continuare a lavorare anche in cella. Non so perché la mente finisce proprio lì, ma il pensiero mi fa scappare una risata che infastidisce il poliziotto al mio fianco, che mi domanda cosa ci sia di così divertente.

La saletta nella quale sarò controllato è adiacente all'ufficio immigrazione ecuadoriano. È fredda e vuota come una stanza ospedaliera, con al suo interno solo una scrivania sulla quale l'agente mi fa poggiare il mio trolley.
Mentre il poliziotto mi rivolta la valigia come un calzino, comincia a farmi domande sulla mia breve permanenza in Colombia.

«Perché sei ritornato al di là del ponte dopo aver timbrato l'uscita dalla Colombia? Cosa dovevi fare?»
Gli spiego che pensavo di cambiare i pesos che mi erano avanzati in una bottega situata sul lato ecuadoriano ma che, considerando che era chiusa, avevo preferito tornare sull'altra sponda e cambiarli nell'unico cambiavalute che mi ispirasse fiducia.
Non sembra molto convinto della mia spiegazione.

Mi chiede il perché di una vacanza così breve, in solitudine e il perché stia oltrepassando la frontiera in un orario non di punta, come se non volessi dare nell'occhio. Dal suo modo di pormi le domande capisco immediatamente che si aspetta di trovare qualcosa che non va. Devo fare uno sforzo per mantenere la calma e la freddezza e non esitare nel momento in cui rispondo.
«Sono andato a trovare amici a Bogotà», gli spiego, mentre lui è indaffarato nell'aprire il doppio fondo del trolley per trovarlo completamente vuoto.
«Amici o amiche?», controbatte l'agente, come se stesse parlando a un vecchio compagno di merenda.
«Amiche soprattutto», gli rispondo, cercando di smorzare la tensione che si sta accumulando.
«Belle le colombiane, vero? - Sostiene con l'orgoglio di un patriota - Potresti sposartene una». La sua attenzione finisce sul mio coltellino Opinel, che da due anni è parte integrante del mio corredo da viaggio.
«E questo? - Mi mostra l'arnese come se avesse scovato una busta di cocaina - Cosa ci fai con questo?»
La mia mente va velocemente a Johnny Depp in Blow, quando l'addetto al controllo bagagli gli sventola in faccia un perizoma, mentre rovista nella sua valigia.
«Un vecchio vizio sa com'è, dura da mollare», sarebbe la risposta giusta da dare alla guardia, ma difficilmente la capirebbe.
«È un regalo di un amico - cerco di mantenere la calma e non farmi condizionare - a volte mi accampo nei camping e mi può sempre servire».
«Non vedo nessuna tenda.»
«Beh, non in questo caso. Però è un portafortuna, non viaggio mai senza.»
Il poliziotto sorride sotto i baffi e poi apre un sacchetto all'interno del quale avevo conservato tre buste di caffè colombiano.
«Vai a vendere il nostro caffè agli ecuadoriani?»
«No, questo è tutto per me.»

Prima di passare alla borsa a tracollo, dà un'occhiata al passaporto, scorrendo più volte avanti e indietro tutte le pagine ormai consumate dai timbri.

«Perché vivi in Ecuador e vieni sempre in Colombia? Avrai passato e ripassato la frontiera dieci volte.»
«Ho vissuto anche in Colombia e ho amici sia a Bogotà che a Medellin e Cali. Ci torno sempre volentieri.»

Non troverà niente neppure rovistando nella mia borsa a tracollo, non troverebbe nulla neppure ribaltandomi come un calzino in una centrifuga, ma fino a quando non mi dice di rimettere le mie cose nella valigia non riesco a stare del tutto tranquillo. Penso a una perquisizione corporale subita in uno stanzino di un aeroporto di Nizza una decina di anni fa, di ritorno da Amsterdam e mi preparo psicologicamente a un bis non certo auspicato.
Non è necessario però. L'agente mi restituisce il passaporto e si congeda, non prima di complimentarsi per il mio spagnolo, lasciandomi solo mentre sistemo alla meglio le mie cose nel trolley.
Mi dirigo verso il piazzale dal quale partono i furgoncini collettivi diretti al terminal terrestre di Tulcan con una strana sensazione di scampato pericolo. Eppure non avevo nulla di compromettente in quella valigia, né sarei così stupido da attraversare una frontiera a piedi con merce che scotta.
È la polizia che mi fa paura da queste parti, soprattutto se penso che la cosa più pericolosa che mi è capitata in questi due anni in America Latina ha avuto a che fare con due poliziotti in Venezuela (di questo ne riparlerò nel prossimo capitolo di questo blog). C'entra molto il condizionamento subito inevitabilmente prima di venire a vivere da queste parti, che fa si che molto spesso si dia troppo peso ad alcune ombre che si annidano nella mente.
Ombre che hanno a che fare con i pregiudizi che, per quanto ignorate, si ripresentano in un normale controllo di routine a una frontiera considerata pericolosa.

Quando l'autobus diretto a Quito lascia il terminal di Tulcan viene fermato da una pattuglia per una verifica passaporti. Un poliziotto sale a bordo e chiede di chi sia una valigia di piccola taglia blu scura.
È ovviamente la mia.
Mi invitano a scendere per rovistare nuovamente nei miei effetti personali.
La sensazione di angoscia ritorna, ma questa volta è breve.
Aprono la valigia, danno un'occhiata veloce e la richiudono, una mossa del tutto incomprensibile.

Forse a volte deve andare semplicemente così per metterci di fronte alle nostre paure, siano esse il vuoto, le vertigini, la claustrofobia o il terrore delle divise.














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