Il lavoro non c'è più, evviva il lavoro


Ho appena finito di vedere, credo per l’ottava volta, Le Iene di Quentin Tarantino e stavo riflettendo su cosa succederebbe se un film del genere uscisse oggi: schiere di perbenisti, animalisti, femministi, omosessualisti a buon mercato probabilmente richiederebbero una censura spietata per la dose eccessiva di Politically Uncorrect. O forse peggio, infesterebbero il web con i loro commenti puritani sul fatto che un regista del genere dovrebbe sparire dalla circolazione perché ha una cattiva influenza su chi assiste ai suoi film. Sangue, violenza fisica e verbale non si possono accettare in una finzione. Molto meglio farlo nella realtà, assistendo morbosamente agli sviluppi dell’ennesimo omicidio familiare che diventa di dominio pubblico.

 Tarantino come tanti è un regista: un regista non deve salvare il mondo, ma creare uno spettacolo di fiction abbastanza decente da lasciare qualcosa nell’animo di chi lo vede, positivo o negativo che sia. Sempre di finzione si parla, nessuno può avere la pretesa che il cinema né la tv siano pedagogiche.

Del resto però la maggior parte degli spettatori pretendono esattamente quello da un mezzo di comunicazione. Vogliono essere instradati, vogliono essere illusi, informati e coccolati come una vecchia cariatide in un beauty center.

Peccato che nel frattempo il mondo sia andato avanti e parecchio e quelli che 50 anni fa sembravano diritti acquisiti adesso sono tutti messi completamente in discussione. Anzi, diciamo pure che stanno scomparendo. Questo può essere inammissibile se si pensa agli sforzi fatti dalle generazioni precedenti, inevitabile se si guarda in faccia la realtà: l’individualismo estremo ha portato alla consapevolezza dell’autodeterminazione umana. E questo non è certo un male.

Può esserlo per chi non vuole alzare gli occhi e vedere una cosa ovvia come il sole al mattino, sperando ancora di avere una vita gestita da qualcun altro.

Non è più così, purtroppo o per fortuna.

Non c’è più la certezza del lavoro appena finite le scuole dell’obbligo e fino al compimento dei 65 anni, dato che l’automazione ha reso inutile lo sforzo fisico sostituendolo quasi del tutto con le macchine. I posti di lavoro persi sono scomparsi, non tornano indietro. Guardo una cassiera al supermercato e penso: per quale motivo stai lì a fare una cosa che una macchina al posto tuo farebbe molto meglio e senza sforzi? Il casellante in autostrada ha ancora senso di esistere? E così decine e decine di altri esempi.

non c’è più la maestra che faceva un po’ da secondo genitore, scomparsa virtualmente in quanto ha perso completamente l’autorevolezza per colpa dei genitori stessi, che molto spesso difendono i figli a oltranza come se avessero concepito il secondo Messia dopo Gesù Cristo;

Non ci sarà più la televisione a fare da educatore virtuale alle persone, scandendo con i suoi ritmi la giornata di grandi e piccoli. Si mangia alle 13,00 dopo il tg (perché dopo una scorpacciata di delitti passionali e di tette e culi lo stomaco si apre dal disgusto), si guarda un film solo dopo cena perché è bello se è in prima serata e si fa l’amore solo quando gli ultimi programmi chiudono il palinsesto, per poter sfogare su quella poveretta che ci si ritrova sotto le lenzuola tutti i drammi e i sensi di nausea assorbiti durante la giornata.

È esattamente questo un palinsesto: un biberon per poppanti un po’ troppo cresciuti, che sparirà inevitabilmente nel giro di un paio di generazioni, che lo si voglia o no.

Internet e i social sono lo specchio fedele del cambiamento.

Non c’è più una regola precisa. Lo spettatore usufruisce di qualcosa quando il desiderio lo richiede, scrive e pubblica qualsiasi cazzata quando gli passa per la testa senza aspettare la fine del telegiornale.

Una sorta di autodeterminazione in tutto quello che fa: non c’è più nessuno che gli dice cosa debba fare e quando. Perché questo non deve valere anche inevitabilmente per il lavoro?

Il concetto del lavoro è vecchio ormai di cinquant’anni.

Lavoro sicuro, pane sicuro, vecchiaia garantita e mutuo a tasso fisso. Tempi andati. Non c’è più nessuna certezza e questo se da un lato spaventa, dall’altro fa capire senza ombra di dubbio chi ha talento per andare avanti e chi passa la vita a piangere.

Tempo fa mi è capitato di vedere un’intervista a una serie di cittadini ai quali si chiedeva un giudizio sul governo. La maggior parte di loro facendo spallucce rispondeva: non ha fatto nulla! Dov’è il lavoro? Guardando l’intervistatore con lo sguardo di chi è appena stato derubato di qualcosa che pensava fosse suo.

Il giornalista, dal canto suo, dava la classica pacca sulla spalla consolatrice e creatrice di alibi: “Non ti preoccupare. Non è colpa tua, è il sistema che è marcio, è il governo che è ladro, sono i politici che rubano, è Jodie Foster che mi ha obbligato”.

Un vero giornalista avrebbe risposto l’unica cosa logica: “Ciccio, ti sei accorto che il mondo è andato avanti in questi anni, o l’unica cosa che sei stato capace di fare è andare in piazza ad urlare contro i fantasmi?”



In questa fase della storia è lapalissiano il fatto che nessuno debba nulla a nessuno e le cose non si cambiano davvero fino a quando non ci si toglie dalla testa questo piccolo particolare.

Una delle tante cose che ho imparato viaggiando è proprio il fatto che nessuno ci debba nulla per diritto acquisito, ma il più delle volte l’aiuto si trova a ogni angolo di strada: una contraddizione? Tutt’altro. C’è un’enorme differenza tra alzare il braccio e chiedere onestamente aiuto (e ricambiarlo in qualche modo) e pretendere che qualcuno ci debba qualcosa.

Infatti la differenza tra chi ottiene le cose e chi non le ottiene è tutta lì.

Il concetto è sottile. Più semplice di quello che sembra.

Non c’è più la certezza di ottenere le cose, ma ci sono migliaia di modi in più per farlo.



Le crisi storiche hanno sempre fatto inevitabilmente selezioni naturali e anche questa non fa eccezione, scremando coloro che hanno l’attitudine o la voglia e gli attributi per reinventarsi e quindi sopravvivono agevolmente e chi insegue un mondo che non c’è più.

Cosa fare quindi?

Abbiamo delle grandi possibilità al giorno d’oggi con la stessa tecnologia che ci ha tolto il lavoro sicuro a vita: sfruttandola per inventare noi il nostro lavoro a nostra immagine e somiglianza.

Stimolare l’ingegno.

Questo significa che chi è abituato a fare il sindacalista, pretendendo che lo Stato gli dia qualcosa quando lui è il primo che lo Stato non lo rispetta neppure facendo la raccolta differenziata,  finirà inevitabilmente schiacciato dal cambiare dei tempi.

L’uomo può essere libero davvero dalla schiavitù del lavoro, come dice il buon Silvano Agosti, ma per farlo deve fare una cosa che fino a cinquant’anni fa non era assolutamente obbligatoria:

aguzzare l’ingegno, sviluppare la creatività che prima pensava fosse territorio esclusivo per geni e artisti. Non è più così.

Di sicuro non può continuare a inaugurare il 200esimo bar in centro e poi chiuderlo dopo sei mesi lamentandosi del fatto che lo Stato lo massacri di tasse. C’è anche chi ha la passione per il bar e il ristorante e merita tutto il rispetto, ma se ha qualche soldo da investire, con un po’ di cervello, può farlo dove il periodo storico è favorevole, non certo in un Paese cosiddetto criminale che raccoglie tasse come gli strozzini fanno con il pizzo. Se il massimo dell’ingegno nel 2015 è aprire l’ennesimo bar e l’ennesimo ristorante nello stesso Paese per poter dire “Io ci ho provato almeno, non ho fatto come te che sei scappato in Ecuador”, i casi sono due: o il cervello è assente o non è mai stato acceso. E allora piuttosto che se ne vada negli Stati Uniti a fare il cameriere da Joe’s Pizza, a vivere di mance e basare il suo stipendio su una regola assurda che obbliga a dare una mancia obbligatoria per il servizio, a meno che non si imbatta in Mr. Pink de Le Iene al tavolo (per finire con Tarantino come ho cominciato) che fa una filippica sul fatto che la mancia sia ingiusta. 
In quel caso morirebbe pure di fame e forse finalmente aguzzerebbe l’ingegno.






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