MESSICO, Il rischio vale la candela? Parte 2

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Benedico le pochissime automobili che vanno nella mia direzione o mi vengono incontro in senso contrario, dato che illuminano la carreggiata per qualche decina di secondi, prima di maledirle perché tutte quante arrivano a pochi centimetri da trasformarmi in uno spezzatino.
"Te lo meriteresti, questa volta hai proprio esagerato", afferma la voce della mia coscienza che ho totalmente ignorato fino a questo momento.
Già mi vedo scomparso nel buio di una strada provinciale del Sud del Messico, nel trafiletto di un giornale locale alla voce desaparecidos.
Repubblica o il Corriere scriveranno un articolo su un italiano in vacanza in Messico del quale non si hanno più notizie da giorni. Intervisteranno qualche amico che dirà le solite trite e ritrite frasi di circostanza: "Era un bravo ragazzo, amante del rischio e dell'avventura" o magari qualcuno che sinceramente ammetterà: "Era un coglione che doveva provarle tutte prima di morire ammazzato."
Questa evenienza si fa via via più reale ogni minuto di più, dato che l'abbaiare dei cani randagi suona sempre più vicino alle mie orecchie. Non so da dove provengono, so che mi stanno per attaccare impunemente, posso sentire il loro respiro affannoso, posso sentire la loro bava che bagnerà la mia pelle nuda prima che uno di loro affondi i denti affilati nella mia carne.
Vorrei essere altrove.
Vorrei non dover pentirmi della mia incoscienza invece di usare le precauzioni minime per un viaggio.
Vorrei tantissime cose, ma so davvero che questa volta me la sono cercata, che rischiare può poter far capire molto della vita ma la può davvero mettere in pericolo stupidamente.
La natura mi sovrasta con il suo concerto rumoroso, ora che le automobili hanno smesso di passare e mi sento nudo e crudo e indifeso nel buio più totale. Un chilometro può essere una distanza infinita da percorrere se ogni passo può essere l'ultimo.
Improvvisamente il suono dei cani randagi che abbaiano scompare e se questo in un primo momento mi provoca un innegabile sollievo, nel giro di qualche secondo mi fa pensare che qualcuno nelle vicinanze li abbia zittiti semplicemente con la sua presenza.
Mi si raggela il sangue.
Non sono solo in quella strada buia.
C'è qualcuno che mi sta ronzando intorno, non so in che direzione. Se verso di me o dietro di me.
A questo punto i tanti bei discorsi sul rischio, l'avventura e tutta una serie di cose teoriche non hanno più senso.
Il panico mi sta sovrastando.
Per avere la certezza di non essere da solo, interrompo di colpo i miei passi, per poter ascoltare quelli di colui che è lì con me in quell'assurda situazione. E infatti scorgo il suono delle ciabatte di qualcuno che presumibilmente mi sta seguendo o più semplicemente sta camminando nella mia stessa direzione.
Un ladrone? Qualche stupratore al quale non sembrerà vero di trovarsi un bocconcino tra le mani tanto stupido da passare da lì a piedi a quell'ora della notte? Un turista incosciente che si è perso? Uno stupido come me?
Potrebbe essere chiunque, ma in questo momento penso al peggio, non ho appigli e non ho la minima idea di dove nascondermi. È tutto maledettamente buio e da ormai diversi minuti non passa più un'automobile nemmeno a pagarla oro, che mi aiuterebbe parecchio adesso per capire con chi ho a che fare.
In questo momento non so se preferirei vedermela con un branco di cani randagi che abbaiano o con qualcuno che di lì a poco mi punterà addosso un coltello o una pistola per portarmi via il mio zaino.
La mia mente mi restituisce uno scorcio di una telecronaca di una partita di calcio di oltre 20 anni fa, quando il commentatore Pizzul si rivolgeva all'arbitro Brizio Carter dopo un'ingiusta espulsione con la frase: "Caro Brizio, questa volta l'hai fatta grossa!".
Mi rivedo in quell'arbitro (che ironia della sorte era messicano) e mi scappa un sorriso che smorza un minimo la tensione.
Rovisto negli archivi della mia mente nella speranza di ricordare dove ho lasciato il mio coltellino Opinel, regalo di un caro amico che non pensava certo, donandomelo, che un giorno avrei pensato di poterlo utilizzare come un arma di auto difesa.
Niente.
Nonostante gli sforzi, non ho la minima idea di dove l'abbia lasciato, se in qualche doppio fondo dello zaino o in un'altra valigia custodita da un'amica a Città del Messico. Intanto il chilometro da percorrere sembra non finire più e il buio rende tutto uguale intorno a me, con la stessa orchestra di animali notturni che rivendicano il loro diritto a farsi sentire quando il sole illumina l'altro lato del mondo. Il novilunio rende il cielo ancora più stellato e lo spettacolo sarebbe incredibile se non fosse per il terrore di trovarmi in quella situazione.
Allungo il passo, rischiando di incappare in qualche buca, anche se piano piano i miei occhi si stanno abituando all'oscurità. Ho l'impressione così di intravedere una curva all'orizzonte, dietro alla quale dovrebbe trovarsi l'hotel di cui mi aveva parlato il passante che avevo incontrato vicino alla banchina poco fa.
Questo basta per rincuorarmi e per non far più molto caso ai passi di uno sconosciuto dietro di me. Alla fine, penso, avrebbe già potuto assaltarmi e non l'ha ancora fatto, quindi evidentemente non è quello il suo intento. A volte auto-convincersi di qualcosa lo rende automaticamente reale.
La mia vista non mi aveva ingannato.
Effettivamente adesso sto percorrendo una curva che va verso destra e che passo dopo passo mi restituisce una debole luce che arriva da un'insegna bianca di un hotel, presumibilmente lo stesso di cui mi parlava il passante.
Sono rinfrancato dal fatto di aver percorso il fatidico chilometro, ma allungo ulteriormente il passo per creare una sorta di vantaggio tra me e il mio fantomatico inseguitore, arrivando così a uno spiazzo dal quale parte un piccolo viale alberato che porta all'ingresso di un albergo.
La piazzetta è abbastanza illuminata da mettermi in sicurezza.
Chiunque sia il mio inseguitore ormai, non potrà più farmi nulla qui, dato che ho la possibilità di correre verso l'hotel per chiedere aiuto.
Si palesa così la persona della quale potevo, fino a qualche minuto prima, sentire solo i passi.
È un ragazzo di non più di 30 anni, con il viso visibilmente seccato dal sole cocente di queste parti e con addosso solo una canottiera e un paio di calzoncini corti.
Mi saluta come se già mi conoscesse e mi si ferma davanti a non più di un metro di distanza.
"Scusa se ti ho spaventato, è che la mia automobile si è fermata a qualche chilometro da qui e stavo tornando a casa."
Non pensavo fosse possibile che qualcuno potesse vivere da queste parti, ma il giovane mi fa notare come davanti alla piazza che immette all'hotel ci sia un piccolo comprensorio di case in legno abitate.
Mi ritrovo così a parlare del più e del meno con il ragazzo, che dopo pochi minuti di conversazione, mi invita a passare la notte da lui e a prendere il primo autobus della mattina che va verso Puerto Escondido.
"Non è possibile" penso. Sono riuscito a trovare un individuo che fa Couchsurfing anche in una landa desolata e buia di uno stato messicano del quale fino a poche settimane fa ignoravo l'esistenza.
Invece di approfittare di cotanta disponibilità però, gli chiedo di restare lì con me fino a quando non si fermi qualche automobile diretta a Puerto Escondido. Lui si congeda dopo qualche minuto di attesa, indicandomi la sua abitazione e invitandomi a bussare alla sua porta nel caso in cui mi fossi stancato di aspettare inutilmente.
Passano pochi minuti però e inaspettatamente si ferma un furgoncino che va proprio dove devo andare io. È una coppia di una cinquantina di anni che mi fa salire a bordo e praticamente non mi rivolge la parola fino a destinazione.
Sprofondo così nel sedile posteriore e mi risveglio direttamente quando arriviamo al terminal della cittadina messicana.

Arrivato a destinazione è un gioco da ragazzi trovare un piccolo albergo dove alloggiare per qualche dollaro e rimuginare sulla mia innata capacità di mettermi nella merda per il mero gusto di uscirne.

Mentre mi corico su un letto dozzinale di un piccolo albergo fatiscente, la mia mente mi ricorda quanto il rischio sia stata la costante di tutta la mia vita.
Non era solo rischio e basta, era a volte la necessità di fare qualcosa di incomprensibile anche a me che la stavo facendo, per poi successivamente trovarne il capo e la coda.
Ricordo il primo giorno nel quale da Savona mi spostai a vivere a Milano. Arrivato in centro, invece di seguire le indicazioni che mi portavano nella mia nuova casa, a un certo punto, preso da una sorta di trance autolesionista, iniziai a svoltare a casaccio alle prime strade secondarie che incontravo nel mio cammino per il semplice gusto di perdermi.
Se non ci si perde non ci si può ritrovare, avevo letto da qualche parte. Non era stata questa frase a farmi venire la voglia di perdermi, era solo arrivata successivamente a dare un significato banale e logico a una cosa volutamente incomprensibile che avevo fatto.
Il rischio così è parte integrante della mia vita, molto spesso fatto in maniera autolesionista come se potessi ridere in faccia al pericolo e dirgli una volta dopo l'altra che con me non c'è niente da fare.

Basta, giuro che per un po' me ne sto buono e ricarico le energie, prima della prossima ennesima cazzata per sfidare la sorte.





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