MESSICO, Il rischio vale la candela? Parte 1

È notte fonda.
L'ultimo furgoncino collettivo in partenza da Puerto Escondido mi ha già lasciato davanti a una piccola banchina, dalla quale partono minuscole imbarcazioni dirette ad alcune lagune dove ammirare la fluorescencia del plancton.
Non sono equipaggiato per dormire, non ho idea di come accamparmi, né di come tornare indietro. Sento ululare alcuni cani in lontananza e il buio color pece si potrebbe tagliare con un coltello da quanto è denso.
Una sola frase riecheggia nella mia mente malata: "E adesso? Come passerò il resto della notte dopo essere tornato dalla mia gita in barca per ammirare il plancton (che voglio vedere esclusivamente per sentirmi un attimo Leonardo DiCaprio sul set thailandese di The Beach)?
Già più di una volta ho spiegato senza mezze misure come pianificare le cose non sia il mio forte, ma è come se volta dopo volta entrassi in un imbuto sempre più stretto all'estremità, dal quale fare sempre più fatica a uscire.
Le lagune illuminate dal plancton saranno straordinarie da vedere, ma non è per quello che sto scrivendo, dato che una volta ritornato a riva nel punto in cui l'ultimo furgoncino di cui sopra mi aveva lasciato, le maledirò impunemente, come se fosse loro la colpa della mia dabbenaggine. 
Facciamo un passo indietro di un paio d'ore.
Sono in un furgoncino affollato di persone che stanno lasciando Puerto Escondido per una località talmente piccola e con un nome talmente strano che al momento di scrivere non ricordo né ritrovo sulla mappa.
Sono le 8,30 di sera e tutte le persone presenti mi dicono che alle lagune della fluorescencia  non ci si può accampare e che a una certa ora è impossibile ritornare indietro. 
Potrei scendere e rinunciare, potrei fare mille cose tranne l'unica cosa che farò alla fine: non fare assolutamente niente e rimanere seduto impietrito sul sedile posteriore di un furgoncino scassato del sud del Messico come imbambolato, come se stessi aspettando che qualcuno mi costringa con la forza a non andare contro l'ignoto assoluto.
Non posso scendere, non perché non abbia paura, ma perché sono come pietrificato. Sudo copiosamente, al punto che mi chiedo come faccia a bastarmi tutta la notte la misera bottiglia d'acqua da 1 litro che mi sto portando dietro. 
"Scendi da questo cazzo di furgone", dice una vocina interiore che attribuisco alla mia coscienza, "non ti può andare sempre tutto bene!"
Non ce n'è per nessuno gli rispondo. Ho le gambe paralizzate. Io DEVO andare a vedere le lagune di notte, come se qualcuno me l'avesse imposto e al diavolo l'equipaggiamento, al diavolo la mia pigrizia mentale che mi impedisce di organizzarmi un minimo per le mie trasferte, al diavolo tutto. Vada come vada.
Quando il chofer mette in moto il furgoncino deglutisco amaramente, come se stessi andando incontro a un destino terribile che è già stato segnato. Neanche in quel caso riesco ad avere un sussulto di coscienza e scendere dal veicolo prima che lasci il terminal di Puerto Escondido.
Non so dove dormirò, non so come tornerò, non so assolutamente dove sto andando ma vada come vada.
Il tragitto verso il punto dove il furgone mi lascerà è una strada che costeggia il mare priva di luci, che non promette nulla di buono. Il mio vicino parla al telefono con quella che presumibilmente è sua moglie, dicendole che sta arrivando con l'ultimo mezzo disponibile e di aspettarlo per cena. Sto per chiedere sfacciatamente al mio vicino se per caso ha un materasso disponibile sul quale passare la notte e vaffanculo il plancton, vaffanculo le lagune e le mie idee strampalate.
Niente. Sembra che la mia voce rimanga soffocata in gola, come quando ci si trova davanti una ragazza talmente bella che le si può solo parlare con gli occhi, aspettando inevitabilmente che se ne vada per rimpiangere l'occasione perduta di attaccarci bottone.
Arrivo nel punto in cui partono le imbarcazioni per le lagune e sono oggetto di più uno sguardo esterrefatto dei miei compagni di viaggio, come se ognuno di loro si stesse chiedendo per quale motivo stia scendendo lì tutto solo.
Ad accogliermi trovo tre donne robuste sulla cinquantina, che mi indicano l'ultima imbarcazione rimasta disponibile in partenza e mi sollecitano a sbrigarmi per non rimanere a terra.
Non ho neppure il tempo per chiedere loro come tornare indietro o come accamparmi con qualche mezzo di fortuna, dato che la barca somigliante a una gondola veneziana sta già mollando le cime.
L'esperienza alle lagune è qualcosa di eccezionale che mi prometto di romanzare in un libro e per il momento, in maniera del tutto arbitraria, non la condividerò con nessuno (almeno non qui).


Tornato sulla terra ferma non trovo ovviamente nessuno ad aspettarmi. È mezzanotte più o meno e penso che mi mancano cinque ore e mezza prima dell'alba del giorno dopo.
"Non così tanto", mi dico mentalmente per rincuorarmi, prima di pensare a quello che farò per ammazzare il tempo. Vicino alla banchina c'è un piccolo ristorante turistico, chiuso ovviamente data l'ora tarda. Intravedo due amache sulle quali potrei riposarmi prima che albeggi e sorrido per aver trovato così rapidamente una soluzione alla mia incoscienza. La gioia però dura giusto il tempo di avvicinarmici: nei loro pressi infatti c'è un esercito di zanzare inferocite che non vedono l'ora di fare cena sulla mia pelle bianca e senza repellente, dato che ovviamente non ho neppure pensato a come proteggermi da questa evenienza. 
"Sei proprio un coglione Ale", mi dico con rassegnazione.
Ho due alternative: o rimango lì e resisto quanto posso all'assalto di questi innumerevoli piccoli vampiri con le ali o provo la proibitiva impresa di tornare a piedi al buio a Puerto Escondido, che dista una decina di chilometri dal punto nel quale mi trovo.
 Nessuna delle due sembra ragionevole: da una parte mi immagino già dissanguato, dall'altra già spiaccicato contro l'asfalto o sbranato vivo da qualche cane randagio di venezuelana memoria.
Scelgo la seconda, dato che pur essendo la peggiore mi apre la strada a una piccola possibilità che qualche automobile passi di lì e con uno slancio di pietà mi carichi per portarmi a destinazione.
Uscito dal patio del ristorante scorgo nella penombra la figura di una persona che sta slegando un vecchio motorino per metterlo in moto. La chiamo a gran voce e la supplico di fermarsi a darmi una mano. L'unica cosa che ottengo è il suggerimento di camminare un chilometro verso Puerto Escondido affiancandomi il più possibile al bordo della carreggiata (in effetti questa sera il mio masochismo è talmente ad alti livelli che sarei stato capace di passeggiare in mezzo alla strada buia), dato che in quella direzione troverò un albergo nel quale alloggiare o dal quale chiamare un taxi per farmi venire a prendere.
Un chilometro è esattamente la distanza che percorrevo dalla casa nella quale abitavo a Los Angeles per andare a fare la spesa, un chilometro dista la stazione dei treni di Savona da casa mia, un chilometro è quanto devo percorrere dalla mia abitazione cuencana per andare al Ministero degli Esteri ogni volta (e sono tante) che devo inventarmi qualcosa di nuovo per ottenere il permesso per fermarmi in Ecuador.
Un chilometro è niente praticamente, ma c'è solo un piccolo dettaglio: non c'è una luce neppure a pagarla oro massiccio e il buio color pece si potrebbe tagliare con un coltello da quanto è denso.
Sento ululare alcuni cani in lontananza e io con i migliori amici dell'uomo per eccellenza non ci vado troppo d'accordo, soprattutto di notte, da solo e al buio.
Mi sono già incamminato e spero solo che la vista si abitui il più possibile all'oscurità, rendendomi visibile almeno dove sto mettendo i piedi.


Continua...

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