MESSICO, L'ordinaria follia di un pendolare a Mexico DF

Sono le 6,30 di una sera qualunque in una affollata città di quasi venti milioni di persone, molte delle quali si apprestano a ritornare a casa ammassate come bestiame in una macelleria messicana. 

Dopo una settimana passata a scoprire i segreti della città che i suoi abitanti chiamano DF (che sta per Distretto Federale e suona come De Effe) o semplicemente Messico (soprattutto se ci si trova fuori dall'area metropolitana) è arrivato il momento di conoscere la parte del Paese che più mi affascina da sempre, la costa. 
Metto una croce decisa e perentoria sullo Yucatan e in particolare su Cancun e Playa del Carmen dopo una settimana proficua di consigli dei chilangos che mi hanno raccomandato altri lidi ben più meritevoli di una visita, considerando il mio non piccolo vantaggio di essere nella stagione bassa.

Punterò la rotta verso sud: stato di Oaxaca, che i messicani pronunciano Uajaca, patria del Mezcal di prima scelta e dei fagioli neri.

Mentre tutti tornano a casa da un'estenuante giornata di lavoro un anonimo viaggiatore barbuto, equipaggiato dello strettissimo indispensabile, si appresta a mescolarsi nella folla. 
Lo fa ovviamente all'ultimo minuto, dato che fino a un'ora prima della partenza era a sorseggiare proprio quel Mezcal di cui sopra dall'altra parte della città in buona compagnia. 
Non sono proprio fatto per pianificare le cose: è così per la mia vita in generale ed è così in particolare per i numerosi viaggi nei quali mi sono ritrovato negli ultimi anni. 
Lonely Planet e Trip Advisor andrebbero in fallimento con personaggi come me, tanto temerari e incoscienti da non sapere nemmeno in che punto della cartina si trova la prima tappa del mini tour sulla costa Pacifica del Messico. 

Non sono fatto neppure per calcolare i tempi, dato che l'ultimo autobus per Huatulco dal DF è dato in partenza alle 8 di sera e io alle 7 mi ritrovo a una quindicina di fermate della metropolitana dal terminal terrestre, per lasciare le chiavi di casa alla fanciulla alla quale ho sottratto il divano per una settimana. 
Per mia fortuna le sue spiegazioni su come rintracciare la biblioteca nella quale lavora sono esatte al centimetro e percorro a passo spedito la strada a memoria, come se avessi Google Maps a disposizione in testa. Quando compio il mio dovere e mi congedo dall'amica sono le 7,05 e mi rendo conto che dovrò correre per avere un minimo di speranza. 
Ripercorro mentalmente tutti i momenti morti del pomeriggio che avrei potuto ottimizzare per potermi già trovare al terminal senza dover attraversare il centro all'ora di punta. 
Qualcuno mi aveva infatti detto di evitare categoricamente quella fascia oraria in metropolitana per qualsiasi motivo al mondo, ma anche questa volta dimostro di essere poco incline ai consigli. 
Mentre brucio un paio di semafori, e alle mie orecchie giungono imprecazioni di automobilisti costretti a pigiare il freno fino al limite per non fare di me uno spezzatino da cucinare in qualche taqueria di periferia, mi auguro che il traffico di punta sia almeno qualcosa di paragonabile a quello di Milano alle 8 del mattino (non è certo un bell'augurio) e mi balza in mente uno dei tanti video caricati distrattamente da qualche utente su Facebook, sul delirio di una stazione dei treni orientale, nella quale la metro era talmente satura di persone che i poliziotti spingevano con forza i malcapitati che erano rimasti sulla banchina, senza rendersi conto stupidamente che i pendolari erano già sardine umane. Quale delle due mi sarebbe capitata?
Lo avrei scoperto poco dopo: alla fermata della metro che mi avrebbe portato a destinazione la ressa sembrava quella precedente all'inizio di un concerto dei Rolling Stones, quando si stanno per aprire i cancelli. Calcolo al minuto il tempo che ci vorrebbe per percorrere le quattordici fermate che mi separano dalla mia destinazione, dopo la quale dovrò ancora capire come arrivare al terminal che solo in teoria si trova nei paraggi. 
Oltretutto devo ancora comprare il biglietto e in questo modo il livello di difficoltà nella riuscita della partenza sale ulteriormente. 
Fortunatamente la fila scorre molto più velocemente di quello che immaginassi, considerando che all'ora di punta il Sistema Colectivo mette a disposizione un treno al minuto. Essendo a due fermate dal capolinea posso sperare di non trovare i vagoni già completamente colmi di materiale umano, immaginando di rimanere spiaccicato come una mosca solo successivamente, ma al dopo ci penseremo dopo. Ora bisogna entrare in uno di quei vagoni.  
"Io non c'entro nulla con voi", penso guardandomi intorno, "Sono io quello di fretta, voi potete anche prendervela comoda, dato che dieci minuti in più o in meno sprofondati sul divano, dopo una giornata a fare un lavoro che si odia per comprare cazzate che non vi servono, non hanno mai fatto differenza" (quanto mi piace generalizzare gratuitamente quando sono di fretta!)
Il destino sembra sorridermi, dato che una delle porte del vagone si apre proprio davanti a me in attesa: c'è da far scendere prima gli altri viaggiatori, che scappano dal metro come se al suo interno ci fosse una bomba a orologeria. Meglio così penso, dato che in questo modo posso intrufolarmi e andare ad appoggiare le mie spalle sulla porta scorrevole del lato opposto che a rigor di logica rimarrà chiusa per tutto il tragitto. 
Guardo l'orologio sul mio telefono e sono già le 7,23 ma giurerei di aver contato non più di tre minuti dall'ultima volta in cui l'avevo controllato alle 7,10. 
Il tempo è relativo mi direbbe qualcuno, ma ora non c'è tempo per pensare al fatto che non troverò un altro autobus disponibile dopo le 8 e dovrò tornarmene a casa della mia amica con le pive nel sacco dopo averla salutata. Questa è una di quelle cose che odio più al mondo in generale: congedarsi da qualcuno e rivederlo nell'arco di qualche ora, dovendogli spiegare uno dei più disparati contrattempi che possono essere successi per poter giustificare il fatto che io sia ancora lì con lui/lei, quando dovrei essere già ben lontano dalla sua vista. L'ho sempre considerata un'enorme figura di merda (anche se non ho mai capito il motivo di questa mia considerazione). 
Non accadrà penso: alla fine dovremo percorrere 14 fermate della metropolitana: 1 ogni due minuti di media. 28 minuti. Alle 7,51 sarò all'uscita del metro mi prometto e da lì avrò ben 9 minuti per arrivare al terminal, comprare il biglietto e qualcosa da mettere sotto i denti, oltre a una scorta di acqua supplementare per il viaggio in notturna. Acqua che mi servirà per compensare il sudore che sto perdendo a vagonate da quando sono entrato in questo forno. 
Ho fatto la seconda doccia della giornata solo un'ora fa: la corsa al caldo per lasciare le chiavi della padrona di casa e la mancanza di aria dentro il vagone mi hanno già ridotto a una spugna imbevuta nel sudore. Potevo anche evitare di lavarmi penso, sarei almeno cinque fermate più vicino alla mia destinazione.  
Lo spettacolo vero però deve ancora arrivare.
Dopo tre fermate, percorse in 9 minuti (di questo passo non ce la farò mai), arriva un'infornata industriale di carne umana che praticamente si ammassa bestialmente in un groviglio di ossa e muscoli e t-shirt inumidite dal sudore a fiotti. L'odore è nauseabondo e ho la netta impressione che negli sguardi di chi mi circonda ci sia la voglia intrinseca di incolpare automaticamente il vicino per l'olezzo che ha già impregnato l'ambiente.
Non sono io, grido mentalmente a un signore che mi sta sovrastando con la sua mole e che temerariamente indossa giacca e cravatta. Sono talmente pressato contro la porta scorrevole del lato opposto alla banchina da non poter nemmeno avvicinare il naso a una delle mie ascelle e tranquillizzarmi di non essere tra i colpevoli. Non penso neppure più al mio zaino, abbandonato tra le gambe di un pendolare con baffi e capelli unti solo parzialmente nascosti da un sombrero di palma, che ne avrà già fatto il suo scalino per potersi alzare sulla folla inferocita e avere uno spiraglio in più per respirare. 
Sono le sette e mezza e siamo a cinque fermate su quattordici. Ogni stop infatti, complice la calca da Titanic, dura molto di più del dovuto, con le porte scorrevoli riaperte almeno sei volte ogni volta che disperatamente tentano di incontrarsi reciprocamente alla loro chiusura.
Le fermate centrali sono quelle che hanno più intercambi con le altre linee della metro cittadina e dove si scatena l'inferno. 
È una lotta senza quartiere tra chi deve scendere e chi deve salire. Come in una partita di calcio all'85esimo, gli schemi sono saltati e si scatena un vero e proprio pogo in prossimità della banchina.
Mi trovo così a un concerto dei Punkreas prima maniera, dove però manca la musica, se evito di ascoltare il sottofondo di musica lirica che esce dagli altoparlanti dei vagoni e che rende la situazione ancora più ridicola e grottesca.
Sono le 7,45 e mancano 4 fermate. Il mio torace è ormai accartocciato su sé stesso e l'unica cosa che mi viene in mente in loop è una battuta di Beverly Hills Cop I: "Ma chi cazzo me l'ha fatto fare!", gridava John Taggart durante una sparatoria per catturare il boss di un cartello di droga di Los Angeles.
Dopo gli stop intermedi del centro, il mio vagone è rimasto saturo di gente ma il metro ha preso a correre indisturbato, senza fermarsi più del dovuto. 
Ora non penso più ad arrivare in tempo, ma ad arrivare senza crisi respiratorie e di panico.
Tre fermate prima del dovuto inizio a urlare ai miei dirimpettai, chiedendo sfacciatamente chi scende a San Lazaro, la fermata designata che collega il metro al terminal degli autobus centrale. 
Dev'essere il mio giorno fortunato, dato che tutti scenderanno alla mia e quindi non ha senso cercare (inutilmente) di sopravanzarli. È il mio turno di pogare penso, anche se alla fine mi va bene, dato che non c'è praticamente anima viva alla banchina in attesa di salire, solo un ammasso di carne umana impazzita che scappa dal vagone come se tutti fossero in ritardo esattamente come me. Tutte quelle facce colme di rughe e sudore diventate familiari nel frattempo, spariranno in un attimo dalla mia vista, perdendosi verso le più svariate destinazioni ma al contempo aiutandomi a trovare istantaneamente la via verso la biglietteria del terminal.
Sono le 7,56 e sono davanti a un robusto signore con baffi importanti che mi chiede i documenti per riservarmi uno dei posti ancora disponibili sull'autobus in partenza per Huatulco. 
Sono sudato marcio ma ho ancora il tempo per rifocillarmi e rifornirmi per il viaggio.
Sarebbe bastata un'ora in meno di cazzeggio e avrei evitato tutto questo inferno per raggiungere il mio autobus e cominciare il mio breve viaggio verso la costa sud del Messico, ma mi sarei perso questa straordinaria e del tutto inutile esperienza di quasi vita.


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