Due anni con il sole (sempre) allo zenit

Di questi due anni esatti passati in America Latina potrei citare tanti di quegli aneddoti da non finirla più. 

Potrei tornare sulla paura che si impossessò di me quando oltrepassai l'uscita dell'aeroporto dell'Avana senza una certezza davanti; 

sul terrore di dover andare in Venezuela, quando mi trovai in mezzo a cittadini cubani che urlavano straziati dal dolore per la morte di Hugo Chavez; 

a quando vidi una padella sul tetto di un'abitazione di Baracoa a Cuba, collegata ad alcuni cavi come fosse stata un'antenna parabolica, che secondo il proprietario di casa sarebbe stata sufficiente a cogliere il segnale internet clandestinamente; 

a quando una ragazza cubana mi chiuse di forza in uno sgabuzzino di una discoteca interrata in una cava e le prime parole che uscirono dalla sua bocca quando eravamo sul punto di farlo furono: "Ehi, se non mi paghi non continuo!" (E la mia risposta fu, "preferisco continuare da solo piuttosto che pagarti. Io sono genovese". Testuali parole, lo giuro su Giancarlo Marocchi e Fabrizio Ravanelli);

a quando un'altra ragazza cubana (almeno questa non era una puttana) mi portò a fare l'amore in un parco per guardoni, uno dei quali ci lanciò pietre nel bel mezzo di un amplesso;

a quando riuscii a farmi rubare contanti nel cesso dell'aeroporto di Caracas; 

a quando appena arrivato in Venezuela mi ritrovai in un resort di lusso a cinque stelle, ospite quasi indesiderato di perfetti estranei, a fare la vita del nababbo praticamente senza un soldo in tasca; 

a quando, vinto da un attacco di puri puri famelici nella Gran Sabana venezuelana, pensai che effettivamente la vita da mochilero vagabondo non facesse per me;

a quando a Caracas dovetti scegliere tra due ragazze ecuadoriane, amiche tra di loro, su quale delle due invitare a uscire (ovviamente scelsi quella con il fidanzato);

a quando feci l'amore con una studentessa di tredici anni più piccola di me sul pavimento di una classe di una scuola venezuelana e la ronda notturna ci vide, si fermò qualche minuto a guardare e fece finta di niente per non far scoppiare un casino (solidarietà maschile);

a quando mi ritrovai a vivere per due settimane in una casa senza cesso con otto africani, che si lamentavano perché parlavo in maniera troppo volgare (in realtà l'unica cosa che sapevo dire era Puta Madre);

a quando mi morse un cane a San Felipe e i medici cubani mi iniettarono un vaccino dell'antitetanica invece che antirabbica. Non diventai un cane anch'io per pura coincidenza;

a quando l'allora ragazzo africano della mia compagna di viaggio si incazzò come una iena perché usai il suo asciugamano per farmi la doccia a casa sua. 

a quando Mariella (discutibile medico dell'Elam) fece quasi morire d'asma una professoressa perché troppo concentrata sulla sua telenovela preferita;

a quando la stessa Mariella con un calcio mi spacco la spina del caricabatterie del mio vecchio mac. Volevo ucciderla. (Que hiciste Mariella?)

a quando, in una discoteca venezuelana con un'amica che voleva assolutamente farsi un tipo, arrivai a suggerirle lo stratagemma infallibile "Mettigli una mano nell'interno coscia". (Non funzionò);

a quando, in un parco divertimenti di Cumanà, una MILF inguardabile, che ci provava spudoratamente con me, per poco non ci lasciò le penne dopo un volo acrobatico da uno scivolo (gliel'avevo lanciata, lo ammetto).

Mi fermo qui e non a caso in Venezuela, perché lì successe la cosa che più mi preme confessare, a parte gli episodi appena rivelati (anche perché se attacco con gli aneddoti inediti in Ecuador-Colombia-Perù, questa diventa una missiva di 46 pagine).

Successe un giorno, in una città chiamata San Felipe. Ero in un internet point, afflitto dai ricordi, dalla nostalgia di casa dopo soli due mesi dalla partenza e con la netta sensazione di stare buttando nel cesso il mio tempo. Uscito da lì dopo aver fatto il pieno di sensazioni spiacevoli via web, mi guardai intorno e mi resi conto che mi trovavo in un posto afoso, sporco, con spazzatura a ogni angolo di strada e con la certezza di essere entrato in una sorta di imbuto.

Parlai alla mia amica e compagna di viaggio e in lacrime le manifestai l'idea di tornare a casa, dato che tutto questo non aveva un senso per me.

La sua risposta non la dimenticherò mai: mi disse che dal momento in cui mi fossi ambientato e avessi preso confidenza con lo spagnolo tutto sarebbe cambiato e che era pronta a scommettere che tra i due sarebbe stata lei a ritornare a casa per prima, affermando quanto fosse certa che io sarei rimasto a vivere in Sud America.

Due anni dopo aveva ragione lei, che adesso ha messo su famiglia con un giovane conosciuto proprio da queste parti. 
Io sono ancora qui, dopo aver girato e vissuto in Colombia, girato in Perù e vissuto (e ci vivo attualmente) in Ecuador. 
Tutto quello che mi è successo, dalla cosa più bella a quella più nefasta, è la prova che valeva la pena resistere alle crisi che ci assalgono quando mancano le certezze, quando quelle che vediamo tutti i giorni come catene all'improvviso diventano gli unici nostri appigli per non cadere nel vuoto.

Ovviamente non so cosa sarebbe successo se quel giorno lei semplicemente mi avesse assecondato. Non potrò mai saperlo, conscio del fatto che nessuno mi restituirà quei due anni che non ho passato in Italia o in qualsiasi altro luogo al mondo dove sarei andato a finire se avessi ceduto.

Un bivio ha sempre il sapore di rinuncia, di dover sacrificare qualcosa, ma ha anche insita la certezza che una volta scelta una strada si è liberi di percorrerla, anche se non si ha la minima idea di dove porti.






































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