PERÙ - Il Canyon del Colca e la voglia di volare come un condor

Ricomincia la risalita verso nord.
Riconosco un valore incommensurabile al classico viaggio di ritorno, nel quale lentamente ci si avvicina a casa, al ritorno alla normalità, alla passeggiata mattutina al fiume e al commesso del mercato ortofrutticolo che aggiunge un pomodoro in più nella sacca senza costi aggiuntivi data l'avvenuta fidelizzazione del suo cliente straniero. 
Il valore del ritorno cresce inevitabilmente a dismisura, considerando le tappe di avvicinamento. 
Puno-Arequipa è una tratta di autobus che mette a seria prova la nostra pazienza, per l'incomprensibile lentezza dell'autista del mezzo pubblico, chiuso a chiave nel suo abitacolo al piano inferiore di un pullman all'inglese, nel quale i passeggeri non possono fare altro che colpire il pavimento con i loro talloni in segno di protesta, senza nessun'altra possibilità di far valere la loro voce. 
Arriviamo alla seconda città più grande del Perù con tre ore di ritardo e giusto in tempo per trovare il primo ostello disponibile di wifi, in modo da permettermi di adempiere ai miei doveri lavorativi.  
Arequipa è un luogo che si presta a una visita approfondita data la sua conformazione, ma noi siamo lì solo per concederci un tour al Canyon del Colca.

Profondo 3.200 metri, (tra i più profondi al mondo), è situato appunto nella valle del Colca, una zona andina pittoresca punteggiata dalle città fondate nel periodo coloniale e precedentemente abitate dai Collaguas e dai Cabanas. 
La maggior parte dei turisti che si recano da quelle parti lo fanno per ammirare un maestoso condor che svolazza imperioso. 
Non per noi, non certo amanti del bird watching. 
Io non voglio fare altro che guardare di sotto, come un bambino attratto dal senso di vuoto, dalle stesse vertigini che fanno tremare le gambe, mancare il fiato e girare la testa al punto da aspettare uno svenimento inevitabile. Tuttavia non si può fare a meno di subire il suo fascino, come quando si percorre a piedi il Golden Gate di San Francisco e non si resiste ad alzare gli occhi e venire sovrastati dall'altezza dei tiranti, che con la loro grandezza ci spingono idealmente verso l'acqua sottostante.
Incute paura la grandezza, ma anche rispetto, soprattutto quando è una grandezza nella quale l'essere umano non ci ha messo mano, come nel caso di un canyon come quello dal quale sto allargando le braccia in questo momento. In segno di ammirazione, come quando si allargano le braccia perché non c'è nient'altro da dire, e come a voler aprire le ali e spiccare il volo. 
Davanti a questo spettacolo provo un pizzico di sana invidia verso il condor: non perché tutti lo aspettano come si aspetterebbe una star nascosta dietro le quinte, che si concede per qualche minuto ai flash di tutti i presenti che per un momento somigliano ai paparazzi assiepati dietro lo Chateau Marmont di Hollywood alle due del mattino. 
Tutti fotografano la star per poter dire di averla vista, perché ne invidiano la sua presunta libertà, il suo dominare la zona, il suo essere diversa da tutti gli altri, il suo anticonformismo.

No, non lo invidio per questo.

Lo invidio per le ali che gli permettono di liberarsi in volo, quando il peso della terra a volte sovrasta molto di più di quanto non faccia il Canyon stesso con la sua infinita grandezza.


Pictures by Tanja Di Piano ©







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