PERÙ - Huaraz, una scalata come metafora di una vita intera

Lasciata l'infinita distesa di sabbia nei pressi di Ica e la cicatrice nel deserto rappresentata da Huacachina, c'è ancora un tappone prima del ritorno a casa. 
Facendo nuovamente un paragone ciclistico, è l'ultima grande scalata, la più faticosa, che esattamente come in un tour a due ruote va affrontata alla fine della corsa per selezionare naturalmente quelli che hanno ancora benzina nel serbatoio. 
Non c'è nessuno che mi consegnerà una maglia gialla alla fine delle ostilità, anche se il proiettarmi in una condizione di sfida con alcuni concorrenti immaginari mi dà una forza supplementare, per cimentarmi in qualcosa che fino ad ora non era certo stata tra le mie priorità.
La Cima Coppi del mio Tour in Perù è la Laguna 69, un lago di montagna situato a 4500 metri slm, nascosto da cime innevate raggiungibili grazie a una giornata di trekking.
Il punto di partenza del tappone è situato dalle parti di Huaraz, una città di 120mila abitanti situata nell'omonima provincia.
Il tour per arrivare ai nastri di partenza è organizzato da una sedicente agenzia turistica del centro, che mi spilla 30 soles per accompagnarmi con un furgoncino fino al punto in cui parte la traversata e riaccompagnarmi in ostello quando il tappone sarà finito.
Arrivati alla scalinata scavata nella roccia che introduce l'inizio del percorso, i miei dieci compagni di carro colectivo diventano i concorrenti di una grande sfida orchestrata abilmente dalla mia immaginazione: data l'inesperienza al cospetto dei miei sfidanti più equipaggiati e più allenati di me, nel mio immaginario sono una matricola, che cercherà di stupire i presenti con la sua tenacia per sopperire al fatto che sia alle prime armi. 
A chi non è mai successo una volta nella vita di immaginarsi in una corsa automobilistica in autostrada, durante la quale l'automobile che ci precedeva era sempre il primo classificato della gara, fino a quando non lo si sorpassava mettendo nel mirino un altro veicolo per mettere un po' di pepe in più alla sfida? (senza esagerare però per non andare a sbattere pensando di essere diventati Schumacher)

Scesa la scalinata nella roccia e attraversato un rivolo d'acqua che quasi conclude la sua corsa sotto il ponticello appena oltrepassato, mi immagino in una gara di resistenza con altri dieci ignari concorrenti. Il percorso è lungo, impervio e dopo una prima parte pianeggiante inizia la salita vera e propria.
A far da battistrada ci siamo io e una coppia di turisti statunitensi, che non sanno di comandare una corsa senza esclusione di colpi che prende forma via via sempre di più nella mia mente malata.
I più esperti stanno dietro, a poco meno di un chilometro di distanza, risparmiando le forze per quando ce ne sarà davvero bisogno. 

Sono la matricola terribile, il Chievo Verona del 2002, il Vicenza del 1997 o qualsiasi altra squadra di calcio senza mezzi credibili che sogna di cristallizzare il tempo per trovarsi almeno un attimo davanti a tutti gli altri. So benissimo che davanti alle salite più ripide non avrò scampo e lascerò il passo, ma la cosa non ha nessuna importanza. 
Minuto dopo minuto il percorso inizia a farsi davvero proibitivo, facendosi strada a fatica tra i rovi e tra i fiumiciattoli di montagna che attraversano il cammino.
 La pioggia battente non aiuta la scalata, ma mette in difficoltà anche i colossi dietro di me, meglio equipaggiati, che sembrano in debito di ossigeno mentre conduco la mia corsa immaginaria. 
Nessuno di loro sa di essere stato scelto per una gara che ha luogo solo nel mio cervello. 
È una cosa senza senso, sarebbe materia per psichiatri, ma è la sola cosa che sembra darmi un'energia supplementare per continuare ad allungare il passo, accumulare più vantaggio possibile su di loro e sopportare la fatica che via via si accumula.
La pioggia diventa sempre più battente, la salita diventa davvero proibitiva e l'unica strada disponibile è la cascata di montagna, con il rivolo che scende a valle che va controcorrente rispetto a chi sta risalendo fino alla cima.
Non sono più in testa al gruppo di corridori, dato che i più esperti sono usciti allo scoperto e mi hanno sorpassato uno alla volta inesorabilmente. "Risparmia le forze" mi dice uno di loro "o non riuscirai neppure ad arrivare alla Laguna". Non sa quello che sta succedendo nella mia mente, la gara all'ultimo sangue nella quale sto competendo. 
Forse dovrei davvero risparmiare il fiato, ma poi penso che non è mai stata una caratteristica predominante della mia personalità. 
Non mi sono mai risparmiato per qualcosa che doveva arrivare, preferendo consumare tutto quello che avevo nel serbatoio come se non avessi avuto davanti un domani. Il domani arrivava puntualmente e puntualmente rimpiangevo la mia incapacità cronica di preservarmi per il futuro, che faceva a pugni con il senso di orgoglio e soddisfazione di aver vissuto appieno il momento.
Questa corsa immaginaria non fa eccezione: passo dopo passo, quando la pendenza raggiunge livelli solo lontanamente pensabili per una persona alle prime armi con il trekking, le forze mancano, le gambe tremano, la pioggia battente mi rende simile a un pulcino bagnato e inevitabilmente finisco nelle retrovie del gruppo.
Non maledico la mia incapacità di risparmiare le energie proprio perché sono fatto così. Maledirei me stesso e verrei meno alla mia stessa innata inclinazione: lasciar perdere il bersaglio grosso e godere di tanti piccoli bersagli che stanno nel cammino che mi rendono felice in egual misura. L'obiettivo non diventa più qualcosa da raggiungere veramente, ma solo un mero pretesto per godersi davvero quello che ci sta nel mezzo. 
Vivere alla giornata può essere esattamente questo: sacrificare qualcosa che non è ancora arrivato per l'unica cosa che esiste davvero: quello che ci circonda in quell'esatto momento, le persone che fanno parte delle infinite vite che viviamo, nelle quali nasciamo all'alba e muoriamo al tramonto, per resuscitare il giorno dopo. Ogni giorno una singola vita, ogni km una singola gara immaginaria da combattere, dimenticando del tutto il bersaglio grosso che era il mio traguardo all'inizio della corsa.

Arrivo alla Laguna 69, dopo essere stato più volte sul punto di desistere a causa dell'altezza esagerata e delle gambe stanche che mi imploravano di rinunciare. Giungo a destinazione quando ormai tutti gli altri concorrenti sono già alle prese con le foto ricordo davanti a un piccolo lago di montagna, formato dalle sorgenti che consegnano la loro acqua in arrivo dalle cime nevose, che stazionerà nel bacino fino a farsi strada in una delle cascate che scendono debolmente a valle.

Ho finito la mia corsa. Sono l'ultimo, ma sono stato primo a lungo, come chi sa che ha vinto la sua personale battaglia scomponendola in infinite piccole battaglie. 
Forse è un pretesto per non sentirsi mediocri, forse è la certezza che lottare per qualcosa non ha nessun senso se non si prova la felicità durante la battaglia, a prescindere dal fatto che si ottenga qualcosa o no alla fine.

Il cammino stesso dà valore al traguardo, la fatica nel raggiungerlo ma, molto più di questa, il privilegio di sentirsi al massimo durante il percorso.

Un po' come la vita stessa, nella quale si inizia a mille, vivendo come se si fosse realmente immortali e sapendo bene in cuor nostro che prima o poi le forze mancheranno, le gambe tremeranno e arriveremo completamente senza fiato alla fine.

Del resto il fiato risparmiato non servirà a nulla nella tomba, quando il cuore avrà smesso di battere.






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