PERÙ - Huacachina, il paradiso in un mare di sabbia

Vuoto.
È stata una sensazione ricorrente durante la mia traversata peruviana.
Vuoto.
I tempi si dilatano e si accorciano come farebbe un buon elastico, scanditi solo dagli orari dei pullman che mi stanno accompagnando e dal turno di lavoro come unica connessione tra me e la realtà.
Vuoto.
È quello che provo davanti a una distesa di dune nel deserto, alla quale sono arrivato dopo un'interminabile viaggio in autobus da Arequipa. 
Neppure il tempo di respirare il vuoto di un Canyon che già si è aperta un'interminabile distesa di sabbia davanti ai miei occhi. 
E quella parola ricorrente.
Vuoto.
Huacachina è una minuscola oasi in un mare color ocra e dall'alto delle immagini che avevo sbirciato via internet prima di arrivarci, la strada che porta qui somiglia molto a una cicatrice di asfalto in una spiaggia di dimensioni bibliche.

Il deserto cancella il concetto di spazio. 
Che distanza si può percorrere con i quod utilizzati per i tour sulle dune? Non riesco a farmene un'idea precisa. Quando inforco le cinture di sicurezza seduto a fianco a una decina di compagni di avventura, la forza della sabbia inibisce qualsiasi possibilità di fare calcoli o di mettere in fila due pensieri.
Non ci mette molto il sole cocente ad attaccare la pelle già rinsecchita del mio viso, facendosi strada tra i pori, sotto l'epidermide, cuocendo la mia carne a fuoco lento come una brace, rendendola rossa e croccante.
Dove ho lasciato la mia crema protettiva? E i miei occhiali da sole, ovviamente taroccati, comprati in una bancarella di Bogotà sei mesi fa? Avevo acquistato due paia di lenti proprio per evenienze del genere. Una di queste è finita dispersa durante una camminata nella giungla del Parque Tayrona, l'altra mi farebbe davvero comodo adesso, ma ora penso che potrebbe essere il più classico degli accendini per un fumatore, o il vigile urbano in una città sconosciuta: si trovano sempre quando non servono.
Dopo essermi goduto al massimo la corsa sulle dune con il quod mi concedo il sandboarding, che da buon principiante faccio alla mia maniera, buttandomi dalle dune in posizione prona su una tavola da snowboard.

Deglutisco polvere color ocra, inodore, impalpabile, che si è già depositata inesorabilmente nell'esofago, nella trachea e ha già circondato i miei bulbi oculari come a sferrare loro un attacco per impedirmi di godermi lo spettacolo che ho di fronte, che mi fa tornare in mente l'unica parola che riesce a fare presa sulla mia mente completamente bianca.
Vuoto.
Vuoto.
Non mi servono altre parole.



















Pictures by Tanja Di Piano ©



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