PERÙ - Il viaggio che non finisce più

Quando sono in viaggio mi proietto in una di quelle condizioni nella quale le distanze tra me e le persone che amo di più si annullano, in maniera inversamente proporzionale all'aumento dei km che ci separano. Del resto nulla unisce di più il sole e la Terra della distanza che li separa, dice uno dei pochi esseri umani liberi, ma se nella vita di tutti i giorni un mappamondo mi ricorda che c'è un oceano a dividerci, dal momento in cui lo zaino pesa sulle spalle (da poeta), paradossalmente è come se la loro energia mi circondasse perennemente, rendendo più rotondo e colorato quello che i miei occhi si accingono a vedere, come lo zucchero addolcisce al punto giusto il caffè fumante del mattino.
Il movimento mi catapulta in una condizione di assoluto tempo presente così vivida, così forte e netta da impedirmi l'accumulo di pensieri e ricordi, che liberano la mia mente come una coda di automobili farebbe a un incrocio allo scattare della luce verde.

Per questo ( e non solo) quello che ho deciso di fare è il giro del Perù in 20 giorni (più o meno). 
Un vero e proprio esperimento di viaggio con lavoro incorporato, dato che posso far fronte ai miei doveri editoriali solo con l'ausilio di una connessione wi-fi e del mio ufficio portatile.
L'obiettivo è spingersi più a sud di quanto non abbia fatto lo scorso anno, spostando decisamente l'asticella da Mancora a Machu Picchu e da lì provare ad arrivare sulle coste peruviane del Lago Titicaca.
Inauguro la mia traversata dal terminal terrestre di Cuenca, dove per 13 dollari americani trovo un autobus notturno che alle 4,30 del mattino successivo mi lascia sul lungomare di Mancora. Sulla mia strada incontro un ragazzo uruguayano appena tornato da Cusco e da Machu Picchu, che mi lascia in dote alcuni consigli preziosi per arrivare alle rovine Inca.
Oltre un anno fa questo piccolo e assurdo paesino nascosto tra il deserto roccioso e l'oceano Pacifico era diventato il punto dal quale risalire la corrente. Dovevano passare pochi mesi di assestamento in Ecuador, ne sono passati quattordici e io in Ecuador mi ci sono trasferito. Vacci a capire...
Basta perderlo di vista un attimo il tempo e fugge via come un ladro dopo una rapina.
A Mancora mi concedo un bagno e una scottatura veloce grazie al sole equatoriale, considerando la coincidenza per Lima che mi aspetta nel pomeriggio e che nel giro di diciotto ore e 21 dollari mi porterà nella capitale peruviana.

Il viaggio verso Lima è in realtà un disastro. Nonostante avessi due sedili a disposizione tutti per me non c'è verso di riposare e tra continui stop, rallentamenti, passeggeri che inveiscono contro gli autisti, arriviamo al terminal centrale di Lima con 5 ore di ritardo (quindi dopo 23 ore), appena 15 minuti prima della partenza della coincidenza per Cusco. I miei piani di rifocillarmi, fare una doccia e un riposino al terminal vanno completamente a monte, dato che il bus sta per partire senza di me a bordo. Mi aspettano ulteriori 22 ore di viaggio senza la possibilità di cambiarmi nè di mangiare qualcosa in un pullman senza bagno. A chiudere il cerchio c'è un vicino di posto haitiano di due metri di altezza che ogni volta che si muove  mi spiaccica contro il finestrino e che, dopo aver capito che parlo inglese, pretende che lo aiuti ad evitare i controlli della polizia sul cammino, dato che per ragioni a me sconosciute si trova in Perù senza il timbro d'entrata.
Gli farei evitare volentieri i controlli facendolo smaterializzare se potessi, per riuscire a non diventare del tutto una sardina al mio arrivo a Cusco.
L'odissea finisce alle due del pomeriggio successivo, dopo 22 ore allucinanti a digiuno, perché incomprensibilmente in tutto quel tratto di strada non sale neppure un venditore ambulante a proporre una delle sue "prelibatezze". 
Per mia fortuna però a Cusco mi aspetta l'ennesimo couchsurfer incontrato negli ultimi 3 anni. 
Si rivelerà semplicemente fondamentale...

Continua...


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