ECUADOR, La Censura 2.0 - Tutti parlano, ma nessuno può più dire nulla

Qualche giorno fa, ma non è certo la prima volta che mi succede in America Latina, mi trovavo su un affollato autobus ecuadoriano, provvisto di un'entrata anteriore e di un'uscita posteriore raggiungibile con il corridoio  inevitabilmente congestionato all'ora di punta.
A un certo punto un signore sulla sessantina si è rivolto a una ragazza robusta di 30 anni circa chiedendole di farsi da parte per lasciarlo passare e dicendole l'equivalente di "Ehi, grassa, fatti da parte per favore, devo scendere (Oye gorda, dèjame pasar, tengo que bajar). La ragazza si è scostata immediatamente quasi chiedendo scusa per aver intralciato il cammino, come se avesse potuto smaterializzarsi.
La prima volta che vidi un comportamento simile ero a Cuba, schiacciato come una sardina in un camion antidiluviano dal quale rimbombava musica reggaeton e si respirava a fatica. Non capivo molto lo spagnolo, ma quel "gorda" pronunciato in quel modo gratuito mi fece immaginare una possibile rissa che considerando la calca mi avrebbe ucciso di certo.
 Non successe nulla nemmeno in quel caso, proprio perché a nessuno passò per la testa di offendersi per essere stato in qualche modo identificato per una caratteristica fisica. A riprova di questo, qualche giorno dopo qualcuno si rivolse alla mia ex compagna di viaggio chiamandola flaca (magra). Se nel primo caso non era un offesa, questo non era di certo un complimento, ma solo un dato di fatto.

Riporto lo stesso esempio nel cosiddetto primo mondo e già immagino una rissa verbale di indignados contro il frettoloso signore maleducato che avrebbe fatto bene a imparare le buone maniere (soprattutto trattandosi di una donna, per carità!) e un'associazione donne sovrappeso frustrate a muoversi in maniera celere per fare un comunicato stampa e stigmatizzare l'accaduto. D'altronde il picco più basso di questa nuova censura si è toccato qualche tempo fa, quando un personaggio pubblico aveva dichiarato che non avrebbe più mangiato gelato ed è spuntata una fantomatica associazione di gelatai che si è indignata per paura di cattiva pubblicità. Una persona in vista avrà il diritto o no di dichiarare apertamente se mangia crauti a colazione senza che si indignino i lattai e i produttori di cornetti?

La censura è tornata allegramente nelle nostre vite e lo ha fatto in silenzio e in maniera paradossale.
Paradossale perché nel mondo dei social tutti dicono la loro su quello che succede al mondo, ma più passa il tempo e più sembra si debbano attenere strettamente a un protocollo chiamato ufficialmente politically correct.
Si è arrivati così a un punto nel quale qualsiasi parola non allineata a questo codice è automaticamente un dispregiativo, mettendo sullo stesso piano troppo spesso un'offesa bella e buona e un segno distintivo di una persona.

Del resto se si definisce handicappato una persona con problemi motori lo si sta identificando per una sua caratteristica, eppure per molti è un insulto bello e buono.

Mangiare una banana è sinonimo di scimmia e quindi automaticamente un'offesa razzista, ma non mi risulta che ci siano scimmie bianche, gialle e nere e se ci sono non si fanno certo guerre xenofobe fra di loro (e poi vivo nel Paese primo produttore di banane al mondo, con tutte quelle che mangio dovrei aver cambiato colore di pelle!).
Le espressioni verbali acquisiscono significati che noi stessi accettiamo con il tempo ma chi l'ha detto che questa cosa non si possa cambiare?
Se tutti i gay di questo mondo si mettessero d'accordo per far si che "frocio" diventi un complimento e non un insulto che cosa succederebbe di così strano?

Il politically correct così cela una censura ancora più subdola, che non fa altro che creare ancora più frustrazione.
Reprimere un animale in una gabbia significa che se troverà il modo di uscirne farà diventare il suo carceriere carogna per avvoltoi.
Reprimere la libertà di espressione a una persona lo farà diventare il peggiore degli antisemiti, omofobi e razzisti messi insieme.

 La cosiddetta civiltà sta diventando sempre più una trappola senza sbarre nella quale le parole a sproposito vengono criminalizzate molto di più degli atti dannosi, se colui che li compie usa un tono pacato.
Chi l'ha detto però che i fatti seguono le parole?
Il detto "can che abbaia non morde" non esiste più? Hanno censurato anche quello? Lo hanno trasformato in "unico migliore amico dell'uomo che fa l'usignolo non rilascia graffiti sulla pelle altrui", per paura che qualche animalista rompicoglioni aizzasse l'ennesima associazione di categoria?




Comentarios

Entradas populares