ECUADOR, La vita vera non costa nulla



Le cose più sono grandi e infinite e più non hanno prezzo, per il semplice fatto che non costano nulla dal punto di vista economico. 
Una piscina ha un costo, che la si costruisca in casa propria o si vada a quella comunale per fare il bagno. 
Il mare non ha un costo (a parte chi ancora paga uno stabilmento balneare per avere una cabina di legno perché deve mettere al sicuro i gioielli preziosi che porta in spiaggia, un lettino solare perché ha finito gli asciugamani a casa, un bar per non portarsi una bottiglia d'acqua della fonte e pagarla tre volte tanto, un tavolo da ping pong perché giocare a racchettoni sulla battigia è diventato impossibile e un ombrellone sotto il quale ripararsi perché il sole scotta, che è come fare l'amore senza togliersi i vestiti). 
Il mare è gratis: chi bisogna pagare per fare il bagno? I pesci? «Scusate pesci, è permesso?» (Questa è di Silvano Agosti, non mia, lo ammetto.)
Le cose più belle non hanno un valore economico. E non è il solito discorso trito e ritrito su assistere a un tramonto o allo spettacolo della natura. Quando lo si ha fatto tante volte stanca. È come un buon amico che dice cose interessanti ma finisce con il ripetersi: lo si assume a piccole dosi come un farmaco, senza tuttavia farne a meno del tutto.
Pagare una donna per una prestazione sessuale ha qualcosa a che vedere con fare l'amore con una persona? Si paga sempre la soluzione più infima e più squallida delle due.

Alzare il pollice e lasciarsi trasportare da chiunque si incontri per la strada non costa nulla, una crociera in una prigione galleggiante costa anche troppo. Certo, nel primo caso non si ha nessun tipo di confort e il sole può far venire le piaghe sulla pelle durante la prolungata attesa, mentre invece vuoi mettere la comodità di visitare i porti più importanti del mondo avendo una casa galleggiante?
Vuoi mettere avere animatori turistici, che qualcuno dovrà giustamente pagare, che dicono come e quando divertirsi? È comodo. È come pagare un cuoco perché tutti i santi giorni venga a casa nostra a cucinare e decidere sempre che cosa dovremmo mangiare, solo perché non siamo in grado di far bollire acqua in una pentola.
Siamo disposti a pagare e quindi a dover produrre maggiormente per potercelo permettere, al solo fine di delegare a qualcuno l'effetto della nostra pigrizia, delegando in questo modo anche il divertimento. Qualcuno deve pensare a noi, deve cullarci e coccolarci come se fossimo poppanti un po' troppo cresciuti. 
Per questo la maggiore condanna che può ricevere una persona è quella di avere tanto tempo e tanto denaro da spendere. Per quello rido a crepapelle quando qualcuno sogna la botta di culo pazzesca: una scorta di denaro illimitato e un'isola deserta nel quale scappare. 
Primo: tutti quei soldi in un'isola deserta che cazzo servono? 
Secondo: si, è scappare. Una cosa che succede quando si odia quello per cui si passa la maggior parte del tempo. Quel lavoro che è un prezzo inevitabile da pagare per la fuga, evitando troppo spesso di pensare che senza quel lavoro verrebbe meno anche il motivo della fuga stessa.
Il lavoro, quando è qualcosa che si accetta di fare controvoglia per sopravvivere, ha la stessa funzione delle fogne.
È utile come lo sono le fogne, ma quando tracimano portano malattie, stress, disperazione e morte. 
E chiunque scapperebbe dalle fogne puzzolenti, a meno che non sia un ratto.

Sento nell'aria la critica latente di qualcuno che conosco troppo bene, perché é uguale a me fisicamente, pronto a dirmi: "Ale, piantala, che tanto quando ti si smagnetizza la carta di credito in Ecuador sono io che devo pararti il culo." Che gli devo dire? Perché un automobile possa percorrere il suo cammino un po' di benzina è necessaria, ma rinunciare alla propria libertà per avere una cisterna piena è folle, almeno che non si stia studiando da piromani.

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