ECUADOR, Cuenca e la dipendenza da viaggio


È passato esattamente un anno da quando misi piede per la prima volta in questa città incastonata tra le Ande ecuadoriane e quello che scrissi qualche giorno dopo che un taxi mi lasciò all'esquina entre la Calle Larga y la Plaza de la Merced era una previsione abbastanza eloquente. In cuor mio sapevo che sarei ritornato a vivere da queste parti, che la tormenta dei miei sentimenti e delle mie avventure mi avrebbe spinto nuovamente da questa parte dell'Ecuador, nonostante ci avessi messo del mio per allontanarmi già una volta.


Santa Ana de los Cuatro Ríos de Cuenca del resto, non si chiama così per caso. Quattro fiumi attraversano la città in più punti e il fatto che l'acqua scorra lentamente ma perennemente dà la dimensione di come l'energia sia sempre in movimento ed evoluzione. Qui arrivano persone da tutto il mondo, la colonia di pensionati americani che vengono a svernare con i loro dollari sonanti sono un ulteriore traino per l'economia della città, altrettanti ecuadoriani da qui vanno via per cercare fortuna in Canada o negli Stati Uniti, tanto che esistono cappelle in più punti della città dove i più credenti ringraziano la Madonna per aver fatto arrivare sani e salvi i compatrioti a destinazione. 
Sono tornato qui, dalla mia vecchina preferita al mercato (che tra l'altro mi ricorda moltissimo una vecchia zia) dove portarmi le mie 3 brioches comprate nella panetteria di fronte per la modica cifra di 40 centesimi di dollaro per pucciarle nel suo caffè (anch'esso vale 40 cent). È un dettaglio il fatto che se non ho gli spiccioli contati questa disgraziata debba fare il giro del mercato ogni volta per darmi il resto, come se fossi io l'unico cliente della mattina.
"Ma tu non eri a Bogotà a giocare a tennis?" mi hanno scritto diversi amici in privato. Che ci fai ancora lì? Questioni di cuore?
Come ho scritto qualche tempo fa, chiunque volesse saperne di più riguardo a cosa, dopo uno stillicidio di situazioni abbastanza assurde, mi abbia riportato da queste parti, mi può contattare via Skype e ascoltare una storiella di un paio d'ore. Non posso essere più conciso e anche se potessi non sarei io. Ci sono cose che non si possono condividere proprio con tutti.  
Tu me entiendes?

Una cosa però la posso dire senza problemi.
Appena tornato qui, tutto quello che mi stava circondando sembrava urlarmi di andarmene. Una serie di circostanze mi portavano a dovermi stabilizzare per due settimane in un ostello (e questa, lo ammetto, è stata una mia personale sconfitta.) Dopo due anni a scroccare divani, letti e pavimenti un po' in tutto il Caribe, sono arrivato in una città dove ho vissuto 6 mesi senza trovare nessuno, tra amici, conoscenti e semplici viaggiatori dove potermi sistemare nell'attesa che la mia nuova dimora fosse stata pronta. L'unico couchsurfer che ho rimediato è stato un gay che mi voleva rimorchiare (sarà stata la barba che mi rende più uomo di quello che sono in realtà), alcuni amici avevano la casa più piena di un ostello di Rimini a Ferragosto, mentre alcune persone mi hanno detto senza mezzi termini che la mia presenza non era gradita. (A voler fare il bisteccaro prima o poi qualche filetto si brucia...). 
E così mi sono ritrovato in un ostello del centro, luogo per antonomasia di passaggio, dove ovviamente le persone con le quali ho fraternizzato maggiormente hanno fatto di tutto per convincermi a rimettere lo zaino in spalla e seguirli verso il Perù, verso il Machu Picchu, verso l'Argentina (è da un anno che progetto di andare in Argentina e alla fine non ci vado mai. È ufficialmente diventata la mia Londra quando avevo diciassette anni e volevo scappare di casa. Torna sovente nei miei progetti solo quando mi sento in crisi, ma poi passate le bufere mi passa la voglia di andarci (D'altronde Maradona mi è sempre stato sul cazzo...).
La tentazione di assecondare ancora una volta la corrente è stata fortissima, unita alla possibilità lavorativa di adempiere ai miei doveri da dove mi pare e a un'altra storia amorosa andata a puttane (ci ho messo del mio, lo ammetto). Questa volta ha prevalso la ragione, questa volta il coraggio è dovuto uscire fuori per placare la mia dipendenza da viaggio, che quando arriva è peggio della dipendenza dalla droga. 

Viaggiare è la cosa più bella del mondo, perdersi nella giungla che è questo mondo è qualcosa di meraviglioso, ma ci sono momenti nella vita dove bisogna piantare la propria tenda e dare un senso proprio a tutti gli spostamenti anche con alcune rinunce, per potersi spostare la prossima volta, quando rimettere lo zaino sulle spalle sarà più che un semplice capriccio dettato dalle circostanze.





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