IN COLOMBIA! Rumbo a Parque Tayrona cap.2

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L'Inception che c'è in ognuno di noi


L'acqua che giunge a riva spinta dall'impeto del mare caraibico accarezza la mia pelle nuda mentre mi risveglio dal mio stato narcolettico in posizione supina e sulla battigia di una spiaggia deserta.
Mi sento spoglio, vero, libero di fronte a qualcosa di immenso che potrebbe farmi a pezzettini o trascinarmi via con sè e che invece sceglie di accarezzarmi dolcemente come farebbe un gigante buono con il suo neonato.
Quando volto lo sguardo verso la giungla la prima cosa che notano i miei occhi è una scimmia di piccola grandezza che si arrampica sui rami di una quercia con destrezza felina, prima di scomparire alla mia vista nel giro di qualche secondo.
Non ci sono voci, rumori molesti, ronzii anomali nell'aria. Solo un tuono perpetuo generato dal mare tempestoso che incessantemente sfoga la sua forza sulla costa, risparmiando la lingua di spiaggia dorata nella quale sono finito.
Sono nudo di tutto. Gli ultimi stracci della mia vergogna si sono sfilacciati durante il cammino che mi ha guidato qui, come una maglietta estiva utilizzata oltremodo.
È un sogno?
Sto semplicemente immaginando l'impetuoso abbraccio nel quale mi sta avvolgendo Madre Natura?
Forse si.
Forse è solo un sogno perché nella realtà una pace del genere può essere solo immaginata.
Penso così a Inception, un film visto parecchio tempo fa che parla di sogni, sogni su più livelli, raccontando il paradosso per il quale più ci si allontana dalla realtà e più si ritrovano i segreti più nascosti della propria mente, la propria essenza, le proprie verità, esattamente come colui che per ritrovare sè stesso deve allontanarsi il più possibile da casa.
Penso a quanto la mia vita in questo esatto istante potrebbe essere rappresentata su più livelli.
C'è il livello della realtà: il tranquillo luogo di nascita messo in evidenza dai miei cari, dalla mia casa natale, dalle cose che rimangono nel tempo esattamente come ce le si aspetta. È la stabilità della realtà, la minestra calda che aspetta il mio arrivo a cena, il pane sempre caldo nel forno e una donna in là con gli anni con il grembiule addosso e una pentola piena di pastasciutta tra le mani a ricordare da dove sono venuto. È solo nel letto di casa che si fanno i sogni migliori, almeno così mi è capitato spesso e sogno di essere a Milano, la città che come una donna con un brutto carattere va capita fino in fondo per poter accorgersi della sua bellezza. Milano con le sue contraddizioni, il suo clima grigio che a volte può far pensare di essere piombati in un incubo, se non che a rinfrancarmi trovo un gruppo di amabili persone che dall'Abruzzo e dalla Sicilia hanno piantato proprio qui le radici, per inseguire i loro di sogni.
La stabilità della loro casa non è quella della casa madre solo per una questione di sangue, ma tra le mura della loro dimora mi sento talmente al sicuro da poter essere libero di avventurarmi alla ricerca di me stesso.
È come se, proprio come nella pellicola, loro fossero i guardiani del mio sonno, vegliando su di me mentre mi avventuro nel livello successivo, ambientato in una megalopoli latino americana chiamatà Bogotà, dove inizio a sentire l'instabilità della lontananza commisurata alla sensazione che sto scendendo sempre più in profondità. 
Gli amici colombiani non sono paragonabili a quelli di una vita nè ai consanguinei, anche se danno l'idea di essere arrivati su questa Terra solo per darmi un appiglio, aiutarmi in tutti i modi possibili e immaginabili e rendermi in grado di continuare la mia discesa con la sicurezza di poter risalire la corrente.
La discesa all'ulteriore livello di sogno porta inevitabilmente in una foresta ed esattamente nella giungla del Parque Tayrona.
Qui non c'è più il concetto di stabilità ma neppure la necessità di averla. Gli unici appigli sono una tenda da campeggio e quel poco che basta per avventurarmi nella giungla più selvaggia.
Fino a qui avevo conservato qualcosa che mi legava a casa, un filo invisibile, un sentiero fatto di molliche di pane da poter risalire dopo essermi perso nei meandri. Per poter scendere fino all'ultimo livello, che in Inception sarebbe rappresentato dal Limbo, bisogna lasciarsi tutto alle spalle, lasciare andare quel filo invisibile e sperare di poterlo incontrare di nuovo quando arriverà il momento di risvegliarsi.
C'è un sentiero naturale che si inerpica tra rocce alte oltre tre metri, querce millenarie, scimmie che attraversano il cammino per raccogliere il cocco che casca dagli alberi, serpenti che strisciano sotto il pavimento creato dalle foglie morte e il rombo del mare in lontananza.
Non sono solo tuttavia nel sentiero che mi conduce qui. 
Nel cammino verso il limbo incontro due compagni di avventura, due proiezioni di me fondamentali per raggiungere la pace che si respira in questo paradiso.
Uno è un'ex militare, conosciuto mentre mi accampavo, che rappresenta la forza e l'altra è una giovane di Pamplona che con i suoi splendidi occhi azzurri può figurare la tenerezza che cerco di conservare per pochi eletti.
La forza e la tenerezza. Le due facce di un'unica medaglia. Le mie proiezioni mi guidano fino allo stato brado, l'essere selvaggio che risiede in ognuno di noi che a volte ha bisogno di scoprire la sua origine per far scoprire anche la nostra. L'essere animale così affine al silenzio del quale fa parte paradossalmente tutto il rumore sovrastante della natura, che mi circonda e che mi ama nella misura in cui riconosco l'amore che provo per lei, proprio come farebbe una madre.
Sarà per questo che la chiamano Madre Natura?
 










































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