IN COLOMBIA! Rumbo a Parque Tayrona cap.1

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Santa Marta, Taganga e il sangue color birra

Sono IN COLOMBIA! da poco più di due settimane, anche se ho la nettissima sensazione che siano passati mesi dal mio breve soggiorno in Italia. A questo proposito, un oceano di distanza aiuta la distorsione temporale, resa ancora più evidente dallo stillicidio di emozioni che ho provato dal mio ritorno in America Latina. Parte di queste emozioni sono merito di una breve ma intensa avventura che mi ha portato nei giorni scorsi al Parque Tayrona, una riserva naturale che si affaccia sul mare caraibico colombiano.
Era la prima volta che mi avventuravo tutto solo armato solo di tenda da campeggio e lo stretto necessario per un'esperienza del genere, cercando così di fare tesoro delle mie passate esperienze da vagabondo, in particolare la settimana condivisa nella Gran Sabana venezuelana al confine con l'Amazzonia brasiliana con la mia ex compagna di viaggio. Laggiù avevamo dovuto fare fronte a una serie di inconvenienti scaturiti dall'avventata scelta di recarci da quelle parti nella stagione delle piogge. Acquazzoni improvvisi, insetti minuscoli che pungevano all'inverosimile che hanno scalfito però solo in parte la bellezza della settimana tra cascate e distese di natura a perdita d'occhio.

A questo pro mi rifornisco di una tenda equipaggiata per la pioggia (per gentile concessione di Juliana, un'incantevole couchsurfer con la quale condivido il mio appartamento di Bogotà), iniziando già nella settimana prima alla partenza a prendere tre dosi giornaliere di vitamina B1, un rimedio che da queste parti funziona parecchio contro gli insetti, dato che abbassa il livello di zucchero nel sangue, arginando alla fonte la fame delle zanzare contro la mia povera pelle bianca.
Per risparmiare notevolmente, dato che non ho nessuna fretta, mi affido a un autobus che fa linea diretta Bogotà-Santa Marta per 70.000 pesos (28 euro più o meno) che in poco meno di venti ore percorre i mille chilometri circa che mi dividono dalla mia tappa intermedia, distante solo poco più di 40 km dall'ingresso del Parque Tayrona.

Ad aspettarmi trovo Betsy (che quando si presenta con questo nome per poco non le muoio dal ridere in faccia, chiedere a Marcello Puddu il motivo), una giunonica 44enne che per ingannare il tempo e sentirsi un po' meno sola, dopo un matrimonio andato a monte e tre figli che vivono lontani, ha deciso di mettere a disposizione dei couchsurfers le due camere da letto in eccesso al secondo piano della villetta nella quale abita.
Betsy è un'insegnante universitaria e, nonostante una fastidiosa emicrania, si prodiga a farmi da Cicerona della città, mostrandomi le strade più movimentate della vita notturna.
Il giorno dopo il mio arrivo ci rechiamo insieme a Taganga, un villaggio di pescatori che sorge su una baia a ridosso di una montagna, a poco più di cinque minuti di automobile da Santa Marta, dove le parole d'ordine sono Rumba, alcol, cerveza e pranzo a base di pesce con vista Caraibi.
Le viuzze affollate che si intersecano a due passi dalla spiaggia sono polverose e non asfaltate ma nessuno sembra indignarsi per questo, mentre le signore autoctone che vendono batido di cocco nei loro improvvisati baracchini, dai quali esce musica reggaeton, non sembrano essere il non plus ultra dell'igiene, anche se una volta assaggiato il loro prodotto ogni dubbio sulla loro genuinità viene spazzato via.
Dopo aver pranzato sulla spiaggia per l'esagerata cifra di 16.000 pesos (6 euro, esagerata sul serio, abituato agli standard ecuadoriani di un pranzo a due dollari), Betsy mi svela che ha una sorpresa in serbo per me. Mi accompagna così in una discoteca di Taganga, l'Hotel Mirador, incastrata nella roccia e adiacente alla spiaggia, dalla quale si può godere del panorama che riserva la baia sorseggiando drink e anisetta (e intanto in trincea ci sto io. Questa non la capirà nessuno, ma mi è venuta così).

La discoteca aprirebbe alla 9 di sera ma fa un'eccezione nonostante siano le tre del pomeriggio, lasciandoci il patio libero tutto per noi.
Il livello di alcol ha già passato il limite consentito dalla legge e trattandosi di birra prenderò più tardi una dose supplementare di B1 per non vanificare la mia protezione dagli insetti (e non farli ubriacare più che altro).
Non finisce qui. Dopo aver lasciato la discoteca, sul tragitto verso casa incontriamo un cugino della couchsurfer che se ne sta comodamente sprofondato su una sedia in plastica in compagnia di alcuni familiari davanti alla porta di casa insistendo, non appena ci incontra, a bere una birra al bar all'angolo.
Accettare è inevitabile, rifiutare una birra offerta è un cattivo indicatore da queste parti e così in pochi minuti mi ritrovo seduto su un gradone di un marciapiedi che delimita la polverosa strada del quartiere, sentendomi catapultato in più posti contemporaneamente.
Sono nella Nuova Zelanda di Once Were Worriors, considerando le birre da un litro dal costo irrisorio che vendono vendute in casse da sei bottiglie e la somiglianza del robusto uomo al mio fianco con Jake Heke.
Sono in centro Africa, o quanto meno come l'ho sempre immaginato, con le sue stradine in terra battuta, i bambini che le percorrono scalze e ogni tipo di genere musicale locale che esce dalle finestre del quartiere.
Sono in Sicilia da bambino dove i miei zii dominavano il gossip del quartiere dalla privilegiata postazione della loro sedia in plastica parcheggiata davanti al pianterreno della loro abitazione, raccontando i retroscena di ogni vicino di casa.
Sono in più luoghi contemporanemente, per non ammettere tra le risate che aumentano via via di volume che sono ormai quasi completamente sbronzo in compagnia di due perfetti estranei in un barrio chiamato Pescadito (nel quale tra l'altro è nato un certo Valderrama) e a poco più di 10mila km da casa. E che sarà mai alla fine? Devo solo preservarmi per il Parque Tayrona, dato che continuando di questo passo ci arriverò strisciando e con il sangue che sarà diventato color birra, per la gioia dei miei amici insetti.







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