IN COLOMBIA! Rumbo al Parque Tayrona cap.3

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                                                           Il lato oscuro della giungla




La giungla di notte.
Un unico concerto sinfonico di animali che rivendicano il loro sacrosanto diritto di farsi sentire, per spadroneggiare e intimidire coloro che sono così valorosi e incoscienti da passare attraverso il loro territorio quando il sole tramonta.
Una punta considerevole di pazzia è necessaria per inoltrarsi nella giungla senza luce naturale, la giornata splendida passata nell'abbraccio della natura selvaggia e il sole che illumina l'altro lato del mondo sempre più presto di quanto ci si aspetti fanno il resto.
Il mio accampamento è ad Arrecifes, che si trova a un'ora o poco più di cammino a nord rispetto a Cabo San Juan, la baia nella quale si nascondeva la piccola spiaggia deserta.
In realtà non è la prima sera che io ed Enrique, il compagno di avventura conosciuto nel camping di Arrecifes, ci inoltriamo nella selva a notte inoltrata. La prima volta però è stata quasi una scampagnata notturna, scivolata via tra chiacchiere frivole e discorsi esistenziali conditi dalle solite metafore di Ale Cona in salsa latina. Prima di inoltrarci nuovamente nel sentiero che ci porta al campeggio, scambiamo due parole con la guardia di Cabo San Juan, trasalendo al rischio che abbiamo corso la sera prima. Il poliziotto ci racconta che, nonostante la situazione negli ultimi mesi fosse andata via via normalizzandosi, fino a poco tempo fa chi passava da quel sentiero di notte poteva essere facilmente vittima di aggressioni, furti e violenze da parte di piccoli banditi nascosti tra gli alberi e tutti i nascondigli naturali che può generare la giungla.
Non c'è altra scelta però:  le nostre cose ci attendono al camping di Arrecifes e passare la notte a Cabo San Juan non è fattibile. Dobbiamo inoltrarci nella giungla in condizioni assolutamente precarie e con la condanna di essere a conoscenza del rischio che corriamo.
Faccio affidamento sul mio compagno di avventura Enrique, un colombiano di Medellin naturalizzato statunitense che ha prestato servizio nell'US Army per 15 anni, alcuni dei quali passati nella linea di fanteria in Afghanistan e Iraq. Non sono mai stato così contento di avere a che fare con un soldato americano, se non altro per la sua esperienza in condizioni ben più difficili di quella che dobbiamo affrontare.
Rimando così a un'altra occasione una profonda discussione sul motivo che può spingere una persona ad arruolarsi per andare in guerra (esclusi i dollari sonanti).
Ci addentriamo nella prima parte del sentiero senza torcia e nel più assoluto silenzio per camuffare il più possibile la nostra presenza, affidandoci solo al naturale dilatamento delle nostre pupille che nel giro di qualche minuto si abituano al buio color catrame della giungla.
Davanti a me scorgo solo l'ombra di Enrique che guida il cammino e cerco il più possibile di ricalcare le sue orme per non mettere i piedi in qualche buca nascosta dal pavimento di fogliame.
Enrique mi vieta espressamente di accendere la torcia e di fiatare, dato che il pericolo può farsi vivo da un momento all'altro. La suggestione fa il resto, alimentata proprio dalla consapevolezza del pericolo stesso. Penso a quanto ero tranquillo la sera prima nella mia ignoranza rispetto ai rischi, percorrendo il medesimo sentiero. 
Dopo pochi minuti una luce di una torcia punta proprio verso di noi. Ci nascondiamo rapidamente dietro una palma di cocco, ma il fascio di luce ci centra in pieno. La tensione sale vertiginosamente: perché non siamo rimasti sulla spiaggia di Cabo San Juan? A questo punto sarei stato disposto ad aspettare sveglio l'alba, piuttosto che giocare a Guardie e Ladri nel buio della giungla colombiana. 
Il sollievo arriva solo dopo che ci accorgiamo che a puntarci la luce addosso altro non è che un ragazzo indigeno, più spaventato di noi dal momento in cui gli domandiamo cosa fa da quelle parti in quel momento. Si congeda dopo un brevissimo scambio di battute, lasciandoci nuovamente nel buio più totale e scomparendo con la sua torcia nel giro di qualche secondo.
Il nostro campeggio è ancora un miraggio e a dire il vero non prendo troppo bene tutto l'eccesso di precauzioni da parte del soldato, se non altro perché mi spaventano ulteriormente. Fosse per me avrei già acceso la torcia e fatto il sentiero di corsa per abbattere i tempi di percorrenza pur aumentando il rischio di imboscate.
La saggezza di Enrique mi persuade a fare un respiro profondo e a rilassarmi "porque no nos va a pasar nada, we will be fine", secondo quanto afferma il marine che mescola inglese e spagnolo senza accorgersene.
Percorsi altri dieci minuti di sentiero nel silenzio e nel buio più assoluto, Enrique scorge in lontananza una luce, presumibilmente di una torcia. Mi intima di rannicchiarmi sotto un albero e scompare alla mia vista, dopo avermi ordinato di scappare verso San Juan facendo il percorso a ritroso nel caso in cui avesse urlato qualcosa. Ci avrebbe pensato da solo a difendersi da qualche imboscata, affidandosi alla sua esperienza di guerra.
Mi ritrovo così per qualche minuto nel terrore più puro: chi me l'ha fatto fare ad addentrarmi nella giungla? Sono rannicchiato sotto un albero e penso a qualsiasi tipo di animale strisciante che mi può venire a far visita o a qualche scimmia incazzata perché ho invaso il suo territorio senza accorgermene. Per fortuna poco dopo Enrique mi chiama in tono tranquillo dicendomi di raggiungerlo, comunicandomi che il peggio è passato e che d'ora in poi, passando per un sentiero alternativo più vicino alla spiaggia e un po' meno isolato, possiamo tornare ad accendere la torcia e raggiungere il nostro accampamento  con relativa tranquillità.

Dopo ulteriori 20 minuti percorsi in un sentiero scavato nelle rocce del quale ignoravo l'esistenza, con le onde del mare a fare da unico sfondo sonoro a quella situazione precaria, ci ritroviamo nella spiaggia adiacente all'ingresso del nostro camping, che rimane tuttavia da attraversare tutta per poter accedere alla struttura. Qui l'ampiezza della playa e il cielo buio che ci sovrasta rischiarato dalla luna mi rassicurano parecchio, dopo la sensazione claustrofobica generata dagli alberi della giungla che nascondevano del tutto il cielo. Ho un ultimo brivido però, pensando al pericolo corso che in qualche modo ci siamo andati a cercare. Due loschi individui incrociano il nostro cammino sulla spiaggia e ci fissano per qualche istante come fossimo bocconcini su un piatto caldo. Nonostante si allontanano da noi percorrendo la spiaggia in senso contrario al nostro, permane in me la sensazione che ci stiano seguendo per derubarci di quello di cui disponiamo.
Tutta la parte finale del cammino la vivo così con l'apprensione per l'attacco imminente e la sensazione che qualcuno sbuchi da sotto la sabbia per farci pagare l'eccesso di incoscienza.
Non succede più nulla però: ci ritroviamo pochi minuti dopo al bar del nostro camping a ridere del pericolo scampato mentre diamo fondo alle ultime provviste a disposizione.
Anche questa volta così l'ho scampata bella.
Non bastavano alcuni voli da un monomotore con un paracadute, alcune corse spericolate in sella alla moto di un amico che scambiava Viale Fulvio Testi per il circuito di Misano, nè passare una notte nel quartiere più pericoloso di Caracas per un tatuaggio fatto da un perfetto estraneo. Ci voleva la giungla colombiana per mettere alla prova le palpitazioni delle quali di tanto in tanto sembra aver bisogno il mio povero cuore, sempre in bilico tra attrazione per il pericolo e ricerca di emozioni forti.

La giungla è un mondo sconosciuto a chi non la vive sempre. 
Ci si può incontrare qualsiasi tipo di insidia, anche se dopo la mia personale esperienza posso affermare che l'animale più pericoloso rimane sempre l'essere umano.

Ps: consigli utili per visitare il Parque Tayrona

- Ok, io l'ho fatto, ma consiglio vivamente di addentrarsi nei sentieri del parco esclusivamente di giorno per risparmiarsi il batticuore e per godersi molto di più l'abbraccio della giungla.
- Per arrivare al Parque da Santa Marta, affidatevi a un bus che parte dal mercato rionale della città: costa 6mila pesos e nel giro di quaranta minuti vi porta fino all'ingresso del parco. Evitate di partire dal terminal, dato che vi chiedono più soldi per arrivare.
- Arrivati all'ingresso, con 2mila pesos in più potete affidarvi a un altro furgoncino in condivisione che vi accompagna fino a un parcheggio dal quale inizia il lungo sentiero fino a Cañaveral e da lì proseguire verso sud (Arrecifes) o verso nord (Piscine).
- Nel sentiero tra Cañaveral e Arrecifes ho visto il maggior numero di scimmie che si arrampicavano tra gli alberi e raccoglievano il cocco che cascava dalle palme. Magari è stata una coincidenza, ma vale la pena di addentrarsi in quella parte di cammino.
- L'accampamento di Arrecifes è quello più tranquillo per piantare la tenda e dotato di docce e bagni, nonostante il mare sia pericoloso in quella zona e il bagno sia praticamente vietato, costringendovi a farvi il sentiero fino a Cabo San Juan per andare in spiaggia. La lunga passeggiata fino al Cabo però è qualcosa da provare assolutamente.
- Vale la pena fare rifornimento di viveri a Santa Marta, se si vuole stare nel parco solo 4-5 giorni, soprattutto acqua e frutta, a meno che non troviate come me un vicino di tenda che vi sveglia per mangiare la guayaba appena raccolta da un albero.
- Repellente per gli insetti più ostinati che si trovano inevitabilmente in un habitat del genere, tre dosi giornaliere di Tiamina almeno una settimana prima di addentrarsi nella giungla per abbassare il livello di zucchero nel sangue e rendersi meno appetibili alle zanzare, oltre a una protezione totale dal sole che scotta anche quando non ci si espone. 

direi che è tutto.
È stato un piacere.



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