IN COLOMBIA! Il divano con le ruote - p.2

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Come dicevo, mi ritrovai a vivere con Juliana e David a causa di una concatenazione di eventi che da Los Angeles mi portarono prima a Londra e dopo a intraprendere il viaggio che avrebbe fatto luce definitivamente sulla mia predisposizione allo sfruttamento dei divani e letti altrui. 
Il contatto diretto con le persone che condividono con me il mio appartamento di Bogotà è arrivato infatti tramite l'ennesima esperienza in surf in quel di Londra.
Nicolas condivideva la casa con il cugino di un'amica che aveva accettato di ospitarmi per alcuni giorni nella capitale londinese, nella quale ero capitato per proporre un progetto lavorativo a un'agenzia giornalistica inglese. Per una settimana il colombiano era considerato il coinquilino che dorme sempre di giorno perché lavora e fa bisboccia di notte, in esatto contrasto con i miei orari mattutini a Londra nella speranza (poi risultata vana) di convincere l'agenzia inglese della bontà del mio progetto, fino all'ultimo giorno prima della partenza, quando rincasando un po' prima del solito, lo trovai inaspettatamente in posizione verticale e gli raccontai in breve che stavo progettando un viaggio in America Latina per l'anno successivo.
 Il fatto che lui mi avesse svelato che sarebbe tornato nella sua patria colombiana di lì a poco mi spinse a chiedergli un contatto nel quale rintracciarlo, nel caso fossi passato da quelle parti. Il resto è facilmente intuibile: arrivato a Bogotà per la prima volta lo scorso giugno insieme alla mia compagna di viaggio, Nicolas si prodigò di trovarci una sistemazione nella casa di un'amica, che era la stessa amica con la quale adesso condivido l'appartamento. 
Perché racconto questa storia? Ce ne sono a milioni di esperienze nate su qualcosa che per evitare di farci troppe domande inseriamo nel calderone delle coincidenze.
Nicolas ne è solo un piccolo esempio.


La cosa più grande è stata per me tornare a vedere il mondo con gli occhi liberi dalla cultura del sospetto, vedere il mondo come un'unica grande comunità di persone che aiutano qualcuno perché sono convinte che al posto loro qualcun altro farebbe lo stesso, senza pretendere che questo avvenga e anzi, facendolo succedere proprio perché non si aspettano nulla dal prossimo e sono positivamente sorprese ogni volta dalla sua bontà.
Che differenza passa infatti tra chi dà molto e non riceve nulla e chi dà e riceve in egual misura? Forse il fatto che chi non riceve nulla è colui che fa qualcosa solo perché si aspetta lo stesso trattamento, diverso da chi fa qualcosa perché crede davvero che aiutando qualcuno ci si senta meglio, rendendo assolutamente naturale il fatto che qualcuno un giorno gli ricambierà il favore, a prescindere dal fatto che sia la persona che ha aiutato, anzi, nella maggior parte dei casi non è così.

Un po' l'essenza del Couchsurfing: aiutare qualcuno perché un giorno un perfetto estraneo possa fare lo stesso con noi, senza però nessuna pretesa che questo avvenga, proprio perché l'estraneo in questione appartiene a un futuro che deve ancora arrivare.


Questa è già una piccola rivoluzione che iniziò le sue ostilità nell'esatto momento in cui quello spilungone dal volto emaciato mi pronunciò quella parolina magica davanti a una birra in un bar di Hollywood, che letteralmente significa secchio dell'immondizia (Poubelle).
Quella parolina magica mi ha portato, nel giro di due anni, a pensare che la vera rivoluzione, quella alla quale tutti aspirano a parole ma che spaventa nei fatti, sta già succedendo sotto gli occhi di chi la vuole vedere.
 In due anni le parole ospitare ed essere ospitato sono entrate prepotentemente nel mio vocabolario e grazie alle idee geniali che nel frattempo sono diventate parte della quotidianità, mi sono ritrovato a viaggiare su automobili di persone appena conosciute, a zappare la terra in una fattoria per un piatto di lenticchie e un letto nel quale dormire, a fare autostop sui pick-up ecuadoriani di autisti che a metà strada si fermavano per offrire frutta fresca ai loro improvvisati bagagli umani.
Abbiamo già i mezzi per vivere liberi a prescindere da chi presumibilmente ci opprime, anche se personalmente penso che l'oppressore opprima l'oppresso fino a quando il primo riesce ad alimentarsi con la benzina che il secondo mette nel suo serbatoio senza accorgersene, o forse accorgendosene ma facendo il solito pensiero malsano che provoca più danni di una bomba atomica.
Qual'è questo pensiero? 
Da solo non posso cambiare niente, quindi è inutile anche provarci.
Questo pensiero taglia le gambe al miglioramento più di un machete.
La rivoluzione non è nulla senza tante minuscole rivoluzioni che partono come piccole macchie d'olio ognuno dal loro punto e si espandono lentamente, lentamente, ma inesorabilmente, proprio come una goccia d'olio d'oliva che cade su un tavolo e nel giro di un minuto lo ha già inondato, facendoci bestemmiare perché perderemo dieci minuti del nostro preziosissimo tempo (che avremmo potuto utilizzare su Facebook ovviamente) per ripulire il ripiano senza lasciare un alone scivoloso.
Noi siamo macchie d'olio che, solo con la parola, possiamo inondare di idee un fiume in secca e farlo esondare di consapevolezza al punto che sarà inevitabile per esso raggiungere il mare.

Aldilà di tutto, dopo tanto girovagare mi sono ritrovato qui.

A Bogotà, una città che mostra i limiti umani più di un libro di storia, una città dove si ha la netta impressione che esistano due forze uguali che spingono in senso contrario l'una rispetto all'altra. La cultura che non manca mai, dalle molte iniziative ufficiali ai tantissimi artisti da strada che sembrano un tutt'uno con i viali principali e il degrado umano nella sua forma più lampante, qualcosa che non può lasciare indifferente chi con esso ha a che fare dal momento in cui mette il naso fuori di casa.

Il bene e il male, la luce e il buio, la vita e la morte, l'ennesima rappresentazione del mondo diviso in due facce, dove molto spesso non ci si rende conto che la faccia più brutta da vedere è la naturale conseguenza di quella buona e rassicurante. 

Adesso però basta elucubrare.
Vado a coricarmi sul divano, nell'attesa di tornare a metterci le ruote.






Au Revoir
Adios
See you soon
Salutiamo


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