Partire è un po' morire, ma è soprattutto vivere

C'è un aspetto innegabile nella sala d'attesa di un qualsiasi aeroporto nel quale si va a parare con una valigia in mano. 
Più palese delle persone che fanno qualsiasi cosa sia nelle loro possibilità pur di ingannare il tempo; più evidente dei bagagli di ogni tipo che ogni viaggiatore ha al suo fianco nell'attesa di varcare i confini verso l'ignoto, verso la conquista di un paese o più semplicemente verso un volo di lavoro di poco più di un'ora di durata; più logico delle persone che si precipitano in coda all'imbarco non appena viene annunciato il loro volo, come se istituissero una corsa per accaparrarsi un numero chiuso di posti; più tollerabile degli insopportabili applausi quando l'aereo atterra perché il pilota ha fatto bene il suo mestiere. Siamo così tutti tenuti ad applaudire il panettiere quando pone le rosette in un sacchetto di carta senza farle cadere.
Questo aspetto è rappresentato dalle persone stesse.
Dal loro numero.
Dalle loro differenze e le loro analogie.
Dall'avvenente ragazza di colore che abbassa lo sguardo appena lo incrocia con il mio a un signorotto sulla settantina che a occhio e croce si sta imbarcando per raggiungere la famiglia in occasione delle festività pasquali. Dal mio vicino di attesa che giochicchia nervosamente con l'iPhone di ultimissima generazione alla biondissima signora di mezza età che mi dà le spalle e che confabula in un inglese spigliato con il marito, che non sembra molto propenso ad ascoltarla.
Il numero delle persone.
È sempre maggiore di quello che ci si aspetta.
Il numero delle persone rassicura.
Il numero delle persone conferma un altro aspetto inequivocabile.
L'uomo è nato per spostarsi, da una cittadina a un capoluogo come da Capo Nord al Polo Sud.
Fa parte del suo normale processo evolutivo, anche e soprattutto quando pensa di stare fermo. La sua stabilità, per quanto radicale, per quanto lunga decenni e decenni avrà sempre il retrogusto della provvisorietà. Così prenderà a viaggiare con la mente, immaginando con il cervello ciò che gli è impossibile fare nella realtà. O che magari gli è semplicemente superfluo.
 
C'è chi nasce con l'equilibrio interiore e dal momento in cui si sposta sarà per piacere puro e semplice e chi l'equilibrio lo trova nell'instabilità che solo uno zaino sulle spalle sa trasmettere.
Mi piace pensarlo.
Mi dà la sensazione rassicurante della normalità, del fatto che alla fine lasciando un luogo che si ama e delle persone che si amano si riescano a mantenere i sentimenti in una speciale cassaforte inespugnabile dalle distanze siderali che si vengono a creare. 
Lo spazio del resto non è nient'altro che materia. Qualcosa di colmabile dall'attaccamento che provano persone legate imprescindibilmente a un filo che resiste al tempo, alla tempesta, a un inevitabile vuoto di comunicazione verbale e a un'insopportabile impossibilità di abbracciarle.
Con questo filo invisibile ma resistente come il ferro, le persone che si lasciano a terra in realtà si imbarcano insieme a chi parte. Lo fanno senza check-in, code chilometriche e turbolenze. Sono sedute a fianco a chi parte in un gruppo di posti a sedere che solo lui può vedere, rendendole così speciali ed esclusive. 
E se partendo quel filo cede, perché è comprensibile che succeda, qualcuno avrà smesso di sorreggerlo da un capo piuttosto che da un altro o semplicemente non era così resistente come ci si aspettava.
In quel caso, per citare il grande Gabriel Garcia Màrquez, No llores porque ya se terminó, sonríe porque sucedió. 






Buona vita e Tanto amore.



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