Il bambino che gioca a pallone in cortile - Seconda Parte


Da Playa Larga la donna, il neonato e il viaggiatore italiano si diressero a Trinidad, la città più turistica dell'isola cubana, mai visitata colpevolmente dalla ragazza quando aveva le forze per poterselo permettere. 
Durante il tragitto verso Trinidad, il piccolo si addormentò in braccio al viaggiatore, e la donna le raccontò la verità. Non era semplicemente andata fuori di senno, mettendo a repentaglio la salute sua e del figlio in un viaggio avventuroso. Aveva deciso di muoversi dalla sua stabilità proprio per condividere con il piccolo, che di li a qualche mese se ne sarebbe andato, qualcosa di speciale.
Il viaggiatore trattenne a stento le lacrime, chiedendosi il perché di tanta ingiustizia e domandando alla donna se fosse stata sicura della mancanza di una cura per allungare la vita al bambino.
«Non potrei mai accettare che mio figlio passi due mesi di vita in un letto di ospedale. Se ci fosse stata una cura me l'avrebbero detto. Ora non ha più senso pensarci.»
«Sembra così sano a vederlo.» Insistette il viaggiatore.
«Guardo il mio piccolo - gli ribatté la donna - e vedo materializzarsi l'ipocrisia della vita. Un essere perfetto fuori che porta dentro di sé qualcosa di terribile.»
«C'è un posto che devi vedere con tuo figlio. È come un paradiso terrestre.»
«Tu ci sei già stato?»
«Certo, per quello voglio che lo veda anche tu, ma è un po' lontano da qui.»
«L'importante è che ne valga la pena.»
«Ne vale la pena.»

Dopo qualche giorno a Trinidad, i tre partirono per l'estremo est dell'isola e, attraverso una serie di cambi di autobus, l'ultimo dei quali che dovette scalare una montagna con un carico di pomodori, arrivarono a una cittadina che si affacciava sull'Oceano Atlantico, chiusa tra il mare e la montagna che la nascondeva dal resto della civiltà.
Il viaggiatore aveva ragione. Era effettivamente un posto paradisiaco: fiumi di acqua cristallina, spiagge color bianco cocco, cave sotterranee di acqua termale e popolazione tanto ospitale da rendere difficile la ripartenza.
Il bimbo, con il tempo, nonostante il trambusto al quale era costretto a causa di tutti gli spostamenti, sembrava più in salute del solito. La madre però non si faceva molte illusioni, dato che i medici erano stati chiari al riguardo: il piccolo sarebbe andato via all'improvviso e, fortunatamente, senza sofferenze.


La donna cominciava a nutrire interesse per quel misterioso viaggiatore, che aveva uno spirito di adattamento fuori dal comune e che era disposto ad aiutarla senza ricevere nulla in cambio. Non era il solito stereotipo europeo al quale era stata colpevolmente abituata, che vedeva in una donna cubana qualcosa di facile, di fin troppo accessibile per darle un valore. Era evidente che non erano tutti così i turisti che arrivavano da quella parte dell'oceano.

Il piccolo villaggio fu talmente tanto di gradimento per la donna che fu tentata a rimanere lì, per poter passare con il figlio le ultime settimane della sua vita in un luogo così vicino al paradiso che sognava per lui. Convinse così il giovane italiano a fermarsi a sua volta, anche se i due non potettero condividere una casa particolare per via delle assurde regole cubane sul pernottamento dei turisti.
Un giorno però, il viaggiatore arrivò di corsa nella casa della ragazza. Era agitato e allo stesso tempo fremeva dalla voglia di darle una notizia. Aveva conosciuto un professore universitario di medicina, che  spiegatogli il male che stava uccidendo il piccolo, era disposto ad aiutarli per poter trovare una cura alternativa.
Turro, questo il nome del professore, era un ottimo amico di una direttrice di una scuola di medicina venezuelana, specializzata proprio nella cura delle malformazioni come quella che aveva colpito il bimbo. C'era solo un problema: bisognava tornare all'Havana e imbarcarsi sul primo aereo per Caracas.

Bisognava fare presto.




Continua...


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