Il bambino che gioca a pallone in cortile - Terza Parte



La strada verso il ritorno all'Havana, dove si sarebbero imbarcati su un aereo per Caracas, era lunga e impervia. Le alternative erano arrivare a Santiago e da lì prendere un volo per la capitale, ma sia la ragazza cubana che il viaggiatore non avevano molte risorse a disposizione e dovevano ottimizzare i costi per potersi permettere il viaggio in Venezuela.
La giovane aveva accettato non senza ritrosia di tornare all'Havana e di spostarsi in un altro Paese, in quanto era rassegnata al peggio e convinta del fatto che il bambino dovesse morire nelle migliori condizioni possibili.
Il viaggiatore la pensava in maniera diversa. Lui credeva ancora in quel barlume di possibilità che poteva salvare il piccolo e giorno dopo giorno si era preso a cuore la sua salvaguardia. Oltretutto, cosa aveva da perdere la ragazza cubana? Perché non provarci?
Fecero tappa a Santa Clara, che stava nel cammino di ritorno verso la capitale. Arrivarono lì al tramonto dopo un viaggio estenuante pernottando, come le regole imponevano, in due luoghi separati.
La casa particolare dove pernottò la giovane donna era situata in un barrio del centro cittadino, con un grande cortile adiacente all'abitazione di due piani adibita ad accoglienza ospiti.
Mentre la ragazza con il figlio in braccio, particolarmente capriccioso in quel momento, si accingeva a entrare nell'edificio, la sua attenzione venne richiamata da un ragazzino di non più di sette anni che giocava tutto solo con un pallone nel cortile. Le venne naturale avvicinarlo, per chiedersi dov'erano andati i suoi amici e perché l'avevano lasciato lì da solo.
Il ragazzino non rispose alle sue domande, continuando a palleggiare da buon calciatore in erba, ignorando la giovane donna. Quando questa si allontanò senza ricevere risposta, lui la raggiunse e accarezzò dolcemente il volto del neonato, che all'istante smise di piagnucolare.
La giovane donò un grande sorriso al ragazzino, grazie al quale, quasi per magia, suo figlio aveva smesso di brontolare. Questi si allontanò rapidamente tornando ai suoi palleggi e ai suoi tiri contro uno dei muretti che delimitavano il cortile.
Il neonato aveva passato una giornata difficile, a causa di tutto il trambusto che un viaggio del genere comportava e aveva qualche linea di febbre, che passò del tutto in serata, poco dopo il fugace incontro con il ragazzino e il suo pallone.

La mattina dopo i tre si recarono alla periferia della città per prendere l'autobus che andava dritto alla capitale cubana. Rimasero giusto il tempo necessario a rischiare di essere borseggiati alle spalle da due ragazzini che li avevano colti di sorpresa in un quartiere centrale della città dove dovevano passare la loro ultima notte a Cuba. Per loro fortuna e a causa delle grida rabbiose del viaggiatore italiano, il furto non era andato a buon fine e i ragazzini erano riusciti solo a dileguarsi senza finire nelle braccia della polizia.

«Certi episodi sono un segno - affermò il giovane italiano - È ora di andarsene da qui se vogliamo salvare tuo figlio.»
La ragazza non era molto convinta di ciò che stava facendo, ma era attratta dalla forza persuasiva del giovane e giorno dopo giorno nutriva sempre più fiducia nei suoi confronti.

Il giorno dopo si imbarcarono su un volo per Caracas dove arrivarono nel giro di tre ore. Ad aspettarli all'aeroporto c'era un funzionario della scuola di medicina caraquena diretta dalla dottoressa che stavano cercando.

Caracas era pericolosa, avevano sempre detto al viaggiatore italiano. Si trattava di provarle tutte però per strappare a un destino segnato una piccola creatura che, durante il tragitto che portava alla scuola, guardava il paesaggio intorno a sé, composto di enormi montagne di case in mattoni che circondavano il centro cittadino, con l'innocenza e la purezza di chi non sa cosa lo attende.

Quando arrivarono alla struttura scolastica, si resero conto che era circondata da uno spiegamento di forze degno di una caserma militare. Poco dopo li misero al corrente del fatto che il campus si trovava in uno dei quartieri con più alto tasso di omicidi di tutta la città. 
I due non si scomposero più di tanto: erano lì per un motivo ben preciso. La salvezza di una piccola creatura che era nata da poco più di un mese e già vedeva all'orizzonte il tramonto della sua esistenza.

La coppia fece così la conoscenza della direttrice dell'istituto, una robusta signora di mezza età con il viso paffuto e il sorriso contagioso, avvertita del loro arrivo dal professore cubano che avevano conosciuto. 
Dopo un breve colloquio con i due viaggiatori, decisero di comune accordo di recarsi al più vicino ospedale per fare alcuni controlli d'urgenza e vedere come si era evoluta la situazione del bambino, che venne trattenuto alla struttura ospedaliera per tutti gli accertamenti del caso. 
La madre del piccolo insistette per far tornare alla scuola il viaggiatore italiano, che però non ne voleva sapere di allontanarsi da lei e di rinunciare a darle quel supporto di cui aveva bisogno.
Si abbracciarono nell'atrio della sala d'attesa come due fratelli che passano anni senza vedersi, ma che riconoscono il loro legame imprescindibile al primo sguardo.
«Non so come avrei fatto senza di te - affermò la ragazza cubana al giovane - perché fai tutto questo per me?»
«Perché per certe cose bisogna combattere anche se non c'è via d'uscita. È quello che più ci fa sentire vivi. La morte è qualcosa che capita a tutti, è solo questione di tempo. Questo però non significa che non bisogna lottare per posticiparla il più possibile.»

Continua...




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