Il bambino che gioca a pallone in cortile - Ultima Parte



La mattina dopo il giovane italiano, che si era addormentato in sala d'attesa, era stato svegliato dalla direttrice dell'istituto nel quale era ospite a Caracas. La donna era giunta lì di prima mattina per potersi sincerare in prima persona delle condizioni del piccolo.

La mamma cubana dal canto suo, aveva con se tutte le analisi che conclamavano il drammatico responso che le avevano dato i medici dell'Havana e le consegnò alla dottoressa nell'attesa che decidesse sul da farsi.

La direttrice della scuola di medicina e il primario si chiusero in uno studio per analizzare i risultati dei controlli sul piccolo e confrontarli con quelli relativi alla prima diagnosi.

Ne uscirono dopo pochi minuti esterrefatti.
Dovevano parlare subito con la madre, che in quel momento si trovava in sala d'aspetto accompagnata dal compagno di viaggio.

«Dobbiamo parlarle señorita
«Che succede? Come sta mio figlio?»

La dottoressa fece un gran respiro e trattenne a stento la felicità:

«Suo figlio è sano come un pesce. Qualsiasi cosa l'avesse interessato appena nato, adesso è sparita. Il bambino non ha nessuna malformazione!»

La ragazza scoppiò in un pianto liberatorio alle parole della dottoressa, che abbracciò come avesse avuto di fronte la madre e, tra un singhiozzo e l'altro, riuscì solo a dire «grazie».

Anche il giovane italiano era visibilmente commosso alla notizia. Lui ci aveva sempre creduto in realtà, ma non voleva con la sua sicurezza generare inutili illusioni alla ragazza cubana. Tuttavia la notizia gli arrivò come qualcosa di inevitabile: quel bimbo era troppo bello e luminoso per andarsene in tutta fretta.

Abbracciò la cubana come se avesse voluto stritolarla dalla gioia e piansero tutte le loro lacrime, liberandosi di una tensione durata oltre un mese, unita al senso di rassegnazione che avevano dovuto provare per tutto quel tempo. 
Qualsiasi cosa aveva messo a repentaglio la vita del bambino, se n'era andata via.

Ancora stretti nell'abbraccio, i due si guardarono fissi negli occhi e il ragazzo pronunciò le due parole più naturali che dovevano chiudere il cerchio di tutta quella situazione:
«Ti amo.»
«Ti amo anch'io!!»

Si baciarono appassionatamente tra lo stupore e la commozione generale dei presenti.
Successe qualcosa però.
Più il bacio acquisiva passione e più perdeva di consistenza. Il ragazzo vide sparire davanti ai suoi occhi la giovane cubana, ritrovandosi solo aria tra le braccia.

Non c'era più nessuno in quella sala d'attesa. 
Non c'era più nemmeno lui. 

Si risvegliò in un bagno di sudore in un letto a castello di una casa particolare dell'Havana, condivisa con alcuni turisti spagnoli e francesi.
Aveva sognato tutto, ma com'era possibile? Era stato tutto troppo reale per ricondurlo a semplice immaginazione. Eppure era lì, sveglio dopo la prima notte a Cuba. Il suo viaggio era appena cominciato.

Fu colto dalla fretta che investe chi si sveglia in ritardo e sa che arriverà tardi a un appuntamento concordato la sera prima.
Fece i bagagli in tutta fretta e si recò alla stazione degli autobus. 
Sapeva già quale fosse la sua destinazione.
Aveva conosciuto la ragazza a Playa Larga e dunque l'avrebbe cercata da quelle parti.
Dopo un viaggio di diverse ore su un camion cubano adibito a trasporto passeggeri arrivò a Playa Larga, che le apparve esattamente come nel sogno. Girovagò per ore senza sapere esattamente dove cercare la donna che le aveva fatto perdere la testa, sperando disperatamente di ritrovarsela davanti con il suo bambino in braccio. 
Arrivò nei pressi di una casa particolare che si affacciava su un campetto di calcio in terra battuta.
Notò in lontananza un ragazzino di non più di sette anni che stava giocando tutto solo con un pallone, tra un palleggio e un tiro contro il muretto che delimitava il campo.
Gli venne naturale avvicinarsi e iniziare a giocare con lui. Se c'era una cosa che non aveva mai digerito era un ragazzino che non aveva nessuno con il quale condividere la sua passione per il calcio.
I due non si rivolsero neppure la parola, scambiandosi il pallone per qualche minuto come se già lo avessero fatto in passato. Si guardarono negli occhi prima che il ragazzino si congedasse, stringendosi la mano come due persone che avevano fatto un accordo.

In quel momento al viaggiatore parve tutto più chiaro: esisteva una realtà parallela nella quale un neonato era stato salvato grazie a lui. Grazie al suo amore incondizionato per la vita, così forte da riuscire a battere anche qualcosa di inevitabile come la morte.
Così forte da mandare un emissario, nelle semplici vesti di un ragazzino che giocava a pallone in un cortile, che con la sola forza della purezza e dell'innocenza aveva donato al bambino la vita che il destino gli stava sottraendo.
Il neonato stesso rappresentava il viaggio che stava per affrontare. Un viaggio che nasce come un salto nel buio, che viene partorito senza molte aspettative perché si sa che da un momento all'altro finisce, ma che giorno dopo giorno, con la semplicità e la fermezza di chi rischia il tutto per tutto, si può fortificare al punto da diventare invincibile.
E la donna della quale si era innamorato? 
Lei era l'amore, la devozione verso qualcuno senza aspettarsi nulla in cambio e, nonostante fosse stata solo un sogno, l'avrebbe inseguita fino alla fine dei suoi giorni. 
Avrebbe ripercorso tutto il tragitto fatto con lei: da Playa Larga fino a Baracoa, da Camaguey fino a Santiago, da Cuba fino a Caracas, dalla Gran Sabana a San Felipe, da Merida alla Colombia (IN COLOMBIA!). 
Avrebbe conosciuto decine e decine di persone meravigliose, utili alla sua ricerca. 
I suoi spostamenti lo avrebbero spinto fino all'Ecuador, al Perù a Esmeraldas a Quito e poi a Cuenca, trovando svariate volte qualcuno che somigliava in tutto e per tutto alla sua idea di amore perfetto, ma non stancandosi mai di cercare, consapevole che il viaggio più bello è sempre quello che sta per cominciare. 
Il viaggio che non si può vedere, perché non esiste in quanto non tangibile.
Il viaggio che rimane scolpito dentro di noi.

Fine



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