Il bambino che gioca a pallone in cortile - Prima Parte


Quello che state per leggere è solo frutto della mia immaginazione, non corrisponde in nessun modo a qualcosa di realmente accaduto. 

Questa è la storia di un viaggio o per meglio dire il viaggio attraverso una storia. 
Una storia che comincia nell'atrio di un aeroporto situato su un'isola dagli ideali comunisti. 

Quella sera una donna cubana visibilmente gravida stava per imbarcarsi su un volo diretto in Italia, alla ricerca del futuro papà, conosciuto un anno prima giusto il tempo per concepire insieme una nuova vita e per farsi abbandonare. 
Come succede in molti casi del genere, l'uomo era totalmente all'oscuro della gravidanza della ragazza, e il suo ricordo era andato via via impallidendo come qualcosa al quale si smette di prestare attenzione non appena compiuto. Lui si considerava un avventuriero, o per meglio dire, questo era quello che lasciava credere alle donne che conosceva nell'isola castrista quando si recava lì, per illudersi di rallentare le lancette del tempo.
La ragazza cubana però, un po' per interesse e un po' per senso di giustizia, era decisa più che mai a rintracciare il padre del nascituro. Aveva trovato il modo, tramite una sorella che viveva in Svezia con il marito, di recuperare i soldi necessari per il viaggio, cosa impossibile con un normale stipendio castrista.

Più di una persona le aveva sconsigliato la lunga traversata, considerate le sue condizioni. Era molto meglio partorire, aspettare qualche mese e poi andare alla ricerca dell'uomo per metterlo di fronte alle proprie responsabilità. 
Lei non ne volle sapere di aspettare: dovevano essere insieme durante il parto e al termine mancavano quasi due settimane, abbastanza per poter viaggiare e per farlo nascere in Italia.

Successe qualcosa però, durante la fila per l'imbarco.
La donna fu colta da improvvise contrazioni, che aumentarono a dismisura quasi da farle perdere i sensi dal dolore. 
Non poteva crederci: il bimbo stava già bussando alle porte della vita e pretendeva che qualcuno gli aprisse.
Alla vista delle condizioni della donna, il personale dell'aeroporto chiamò un'ambulanza e si rifiutò categoricamente di farla salire sull'aereo, nonostante con un filo di voce la giovane li stesse implorando.
Fu portata all'ospedale della città, nel quale dopo un breve travaglio, nacque prematuramente il bimbo.
Dopo due giorni, passati in coma farmacologico in seguito a una grave emorragia interna, la giovane cubana si riprese e insistette per avere notizie del suo bambino, dato che i medici avevano mantenuto il più stretto riserbo sulle sue condizioni.
Il primario dell'ospedale alla fine le disse le cose come stavano: il neonato era nato con una rara malformazione che ne comprometteva le funzioni vitali: avrebbe resistito un paio di mesi al massimo, prima di andarsene.
Dopo aver pianto tutte le sue lacrime, la neo mamma decise che, per quanto breve potesse essere, la vita del figlio era preziosa e valeva la pena fargliela vivere, senza pensare a qualcosa di inevitabile.
«Due mesi di vita o cinquant'anni? - pensò - Non importa, per tutto il tempo a sua disposizione, mio figlio sarà circondato d'amore». 
Ripensò al padre del bambino, ignaro della nascita del figlio e ignaro della sorte che il destino aveva deciso per il neonato, arrivando a una conclusione quanto mai logica: l'uomo sarebbe rimasto per sempre ignaro di tutto e lei mai si sarebbe recata in Italia per andarlo a cercare. 
Iniziò a pensare a come poteva salvare la vita al piccolo, o quanto meno allungare di qualche tempo la sua esistenza senza allungare le sue sofferenze. 
Dopo essersi ripresa e uscita dall'ospedale, decise che avrebbe visto in compagnia del bambino tutto quello che l'isola aveva di bello da offrire, e che mai aveva pensato di visitare.
Passò il primo mese adattandosi alle condizioni approssimative nelle quali viaggiavano i cittadini cubani, aggravati dalla sua condizione e dal fatto che dovesse allattare il neonato. Non era così importante tutto ciò. Era decisa a morire, purché il bambino non vivesse gli unici due mesi di vita a sua disposizione in una squallida camera di ospedale.
Si recò a Playa Larga, luogo del quale aveva solo sentito parlare per via di una battaglia tra rivoluzionari cubani ed esercito americano, poco dopo il loro insediamento. Nessuno le aveva spiegato quanto fosse valsa la pena fare un bagno nelle acque cristalline della Baia dei Porci. A volte il paradiso è così vicino al nostro naso che lo confondiamo per un semplice riflesso di luce.
A Playa Larga conobbe un viaggiatore italiano, che si offrì volontario di accompagnarla durante tutto il suo tragitto, al fine di darle una mano con il bambino. La giovane era stata inizialmente restìa ad accettare la sua proposta, considerando la sua precedenza esperienza con un suo connazionale. 
Il ragazzo sembrava ben diverso dall'uomo che l'aveva messa incinta: non aveva nessuna inclinazione per il lusso del quale si circondavano i suoi connazionali più anziani, non voleva neppure sentire parlare di aragoste (era vegetariano) e soprattutto voleva vivere la sua avventura cubana come una persona autoctona, adattandosi allo stile di vita di chi in quell'isola c'era nato e ci sarebbe morto.

Continua...




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