ECUADOR, La Macchina del Tempo


Vent’anni prima.

Galassia  - Sud America
Pianeta - Ecuador

Quella notte, una piccola navicella dalle fattezze extra terrestri era atterrata silenziosamente in un piccolo aeroporto di un agglomerato urbano, incastonato in una catena montuosa che un tempo veniva definita Cordigliera delle Ande. 
Il luogo, terza città più grande di quel piccolo pianeta che veniva chiamato Ecuador, era stato scelto da alcuni esperti di un mondo lontano decine di migliaia chilometri a forma di Stivale per un piccolo esperimento scientifico. 
L’equipe di studiosi aveva infatti mandato in incognito un individuo, all’apparenza normalissimo, al fine di cambiare le sorti del luogo nel quale gli abitanti vivevano un periodo di apparente prosperità, che celava tuttavia un  decadimento imminente.
C’era un piccolo particolare relativo a quella cittadina e al mondo del quale faceva parte:
il calcolo degli anni terrestri era stato sfasato per ragioni oscure e, nonostante il calendario segnasse la stessa data dei mondi a esso confinanti, l’orologio biologico della zona intera era indietro di vent’anni
Gli studiosi avevano un’occasione troppo ghiotta per rivivere un’epoca che per loro era già passata da un pezzo, studiando i comportamenti degli abitanti del piccolo mondo e provando in qualche modo a cambiare le loro sorti, per fare in modo che nel giro di vent’anni non si riducessero come tutto il resto dell’umanità.

L’emissario dal futuro era un uomo molto magro con capelli diradati, barba incolta e sopracciglia pronunciate, che aveva interpretato la sua missione come il classico viaggio con la macchina del tempo, per rivivere in prima persona un periodo che lo aveva solo sfiorato nel mondo dal quale proveniva.
Egli si immaginava di trovare automobili di vecchia data e persone che sfoggiavano look discutibili, ciuffi altissimi, camicie all’interno di pantaloni a sigaretta, donne con capelli crespi e permanenti improbabili che spopolavano ai tempi in cui era bambino nel futuro nel quale aveva sempre vissuto.

Niente di tutto questo.
Sembrava che nel luogo dove era stato inviato il tempo andasse più velocemente di come ci si aspettava.
Le persone si vestivano alla moda quasi come nel futuro e le automobili nuove di zecca  erano già arrivate fino a lì, grazie alla propaganda di mondi imperialistici che basavano tutto sullo sviluppo selvaggio e sull’esproprio delle risorse. 
C’era una cosa tuttavia che lo riportava con la mente a quando era bambino, fugando ogni dubbio sul fatto  che avesse davvero viaggiato indietro nel tempo: la tranquillità della gente, la sua socialità, la voglia di rispettarsi reciprocamente e la mancanza della tanto inevitabile cultura del sospetto tipica del futuro dal quale arrivava.

Come succedeva nella maggior parte delle missioni all’indietro nel tempo, l’emissario aveva solo il tempo sufficiente ad ambientarsi, prima di dover far ritorno alla sua normalità. Non c'era un lasso di tempo prestabilito: dipendeva soltanto dalla sua capacità di adattamento.
Al magro ragazzo dai capelli diradati non era servito molto tempo per rendersi conto di alcuni aspetti, indicatori di quanto anche quel piccolo mondo, all’apparenza felice, sarebbe diventato, nel giro di poco tempo, esattamente come il resto della galassia che lo circondava.
Le persone preferivano farsi scarrozzare da un taxi piuttosto che camminare, approfittando del prezzo abbordabile della corsa;
accettavano di buon grado il fatto che venisse sventrata la parte più bella del loro mondo, uno spicchio di natura chiamato Yasuni, senza alzare un dito contro chi comandava, dato che li aveva convinti che in quel modo avrebbero avuto tutti un tenore di vita superiore a quello al quale erano abituati;
le donne erano così abituate alla cultura maschilista da farla diventare un alibi contro le loro incapacità di prendere decisioni da sole, considerando un alieno un uomo che trovava il coraggio di piangere e di mostrare la propria sensibilità;
gli uomini credevano ancora nella sacralità del matrimonio per poter abusare, con la coercizione, del potere a loro attribuito dalla stessa mentalità maschilista di cui sopra;
la gente del luogo odiava profondamente un pianeta, geograficamente non molto distante, che aveva la naturale inclinazione alla conquista di tutto l’universo, con qualsiasi mezzo lecito e illecito. Il pianeta, chiamato comunemente Estados Unidos, era nei discorsi quotidiani di tutti gli abitanti del posto, nei giornali che sfogliavano tutte le mattine, nella musica che ascoltavano e nei continui paragoni che venivano fatti, rendendo palese il complesso d’inferiorità che si nutriva per quel luogo di colonizzatori. 
Gli abitanti di Ecuador in realtà avevano sviluppato una non troppo celata invidia per Estados Unidos, pensando che la cosa migliore per arginarla fosse diventare come loro, senza però rinunciare a criticare il loro modo di agire e di vedere il mondo. 
All’emissario del futuro venne in mente uno dei tanti film che aveva visto quando viveva ancora nel futuro dal quale era stato estrapolato. Si trattava di Social Network, una pellicola che raccontava di come una sola persona aveva riunito sotto l’unica bandiera di un sito praticamente tutta la galassia, come un enorme universo nel quale tutti potevano comunicare e dire la loro, ovviamente a scapito dei loro segreti, messi in piazza e regalati all’etere di propria spontanea volontà dagli stessi utenti.
La citazione in questione era un dialogo tra Sean Parker, creatore di un social musicale chiamato Napster ed Eduardo Saverin, co-fondatore del network, messo alla porta proprio da Parker che gli aveva soffiato le quote della società: “Ho letto molto su di te”, affermava Saverin al rivale, per fargli intendere di essere a conoscenza di tutti i presunti malaffari di cui era responsabile. “Sai quanto ho letto io di te? Niente!”, gli rispondeva Parker, per rimettere al suo posto il rivale, facendogli rendere conto in maniera arrogante della piccolezza al suo cospetto.
Questo è quello che l’emissario aveva appurato, stando a contatto con gli abitanti di Ecuador, rispetto al loro complesso di inferiorità nei confronti del pianeta nemico. Loro non facevano altro che parlarne, ma chissà quanto gli abitanti di Estados Unidos parlavano di loro. Probabilmente non erano a conoscenza neppure della sua ubicazione.
Gli venne in mente che il mondo del futuro dal quale proveniva aveva raggiunto il collasso proprio inseguendo negli ultimi 70 anni il modello di quel pianeta di colonizzatori, pensando che Ecuador fosse stato, a livello inconsapevole, sulla stessa identica strada continuando con quell’atteggiamento e quel modello di sviluppo.
A questo proposito, i ragazzini si divertivano a sfoggiare magliette calcistiche di squadre che avevano il compito di distogliere l’attenzione della massa nel mondo futuristico dell’emissario, come Barcellona, Real Madrid, Juventus e Milan. 
L'uomo pensò che al contrario solo un certo Alfredo Marrone, un malato mentale, già rinchiuso nel manicomio criminale di Harlech a causa della convinzione gridata ai quattro venti di essere un Conte, poteva conoscere i nomi delle squadre di calcio del campionato di prima divisione ecuadoriano.
 Venendo dal futuro, l’emissario dalla barba incolta e dalle sopracciglia pronunciate vedeva già disegnato nei volti delle persone di Ecuador il loro destino, che si sarebbe compiuto implacabile e al quale loro stavano contribuendo con la loro ricerca del benessere mediante consumismo.
 La gente del posto avrebbe presto cominciato a dare per scontata la straordinaria natura che la circondava, che con il tempo sarebbe diventata solo uno spazio fastidioso tra un punto di partenza e uno di arrivo.
 Il verbo dell’emissario che veniva dal futuro era molto banale, ma tutt’altro che semplice da inculcare nelle teste degli abitanti del piccolo mondo.
Avrebbe cercato di fargli capire quanto fosse meglio una passeggiata al fiume piuttosto che una gita a un centro commerciale appena inaugurato;
gli avrebbe detto di guardare più in casa propria invece di invidiare l’erba del vicino Estados Unidos, che anche se all’apparenza poteva sembrare più verde, in realtà era marcia alle radici;

avrebbe cercato di inculcare loro l’idea di quanto accumulare profitti distogliesse l'attenzione dal bene più prezioso per il quale anche loro si stavano dimenticando di lottare, vale a dire la vita stessa;
avrebbe cercato di smascherare la menzogna relativa al fatto che anche loro avessero il diritto di vivere una vita agiata, a patto di inseguire sempre di più i beni di consumo del loro pianeta nemico.

 L’emissario sosteneva che sarebbero aumentati i salari, la domanda dei beni di consumo, quindi i prezzi, quindi le ore di lavoro e lo stress per poter continuare a permettersi il lusso tanto inseguito, in modo da istituire anche lì terreno fertile per frotte di psicologi.

L’uomo che veniva dal futuro sapeva che quello che stava succedendo in quel piccolo pianeta nel quale era stato inviato era esattamente quello che era già successo nella sua dimensione parallela. Non c’erano dubbi, non c’era scampo, anche se tutti lo guardavano come qualcuno che aveva idee strane, irrealizzabili, utopistiche e senza senso, finendo per  dare per scontata l’aria che respiravano fino a quando non fossero rimasti in apnea.
Nessuno sapeva la durata della missione dell’uomo con la barba incolta e le sopracciglia pronunciate. Forse un giorno ancora, forse un anno, forse vent’anni. Prima o poi l’emissario sarebbe stato rispedito a casa al suo futuro, che lui sperava si fosse convertito in passato a sua volta, dato che quando l’aveva lasciato per tornare indietro nel tempo stava per collassare, inseguendo lo stesso modello che era diventato il riferimento per il pianeta Ecuador.

 L’emissario sarebbe tornato a casa nel momento in cui fosse arrivata l'ora, sperando di trovare uno Stivale che, arrivato al capolinea,  avesse cominciato a tornare indietro nel tempo non avendo più alternative a un nuovo rallentamento.

 Perché a voler correre a tutti costi non si ottiene altro che andare a sbattere.




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