ECUADOR, Lezioni di colpo di Stato


Le notizie che arrivano dall'Italia, viste da lontano non sono rassicuranti. Si parla di rivolte, di forconi, di scioperi a oltranza e di rivoluzioni raffazzonate che partono da una comoda poltrona con vista sul computer. 

La situazione italica però non cancella di un grammo la presunzione di superiorità che gli italiani (quelli che non sono mai usciti dai loro confini, ovvio) hanno nei confronti dei Paesi sudamericani.

 L'idea generale che ancora arriva in Europa, o meglio, quella che si vuole ascoltare perché fa più comodo, è quella di cittadini latini che pregano per poter sposare un europeo o uno yankee al fine di poter coronare il sogno di andare a vivere nel vecchio o nel nuovo continente. 

La realtà per chi vive qui è molto diversa e se ne ha una prova concreta quando si ha necessità di recarsi al Ministero degli Esteri di una città come Cuenca, che non è piccola come un villaggio ma non è nemmeno una capitale di uno Stato. Le code interminabili di stranieri che fanno la fila per ottenere una Visa Immigrant sono il termometro più fedele di quanto le Repubbliche delle Banane siano ormai diventate altre. 
Statunitensi, cinesi, mediorientali, francesi, portoghesi, spagnoli e italiani aspettano pazientemente, cimentandosi in una vera e propria corsa a ostacoli per assecondare tutte le procedure di una burocrazia, questa sì, che ha ancora troppo da imparare in quanto a efficienza. Basti pensare che alla soglia dei due mesi da cittadino clandestino, ho forse capito, dopo mille girotondi, quello che devo fare per poter iniziare la procedura utile a fermarmi in questo Paese. 
Quando si pensa a realtà come quelle ecuadoriane, peruviane o colombiane, dall'Italia fa comodo e fa sentire insopportabilmente migliori pensare a dittature assolute, colpi di stato perenni, città pericolose e invivibili, povertà diffusa.
E' vero, i colpi di stato da queste parti sono stati all'ordine del giorno per molto tempo fino a qualche decina di anni fa, e da questo i popoli come i governi hanno imparato molto. Hanno imparato a non tirare troppo la corda perché da queste parti la gente non ha paura di rimetterci la pelle per la comunità.
Quella comunità che manca come il sale nella pastasciutta agli italiani, che non riescono a stare uniti nemmeno se lo Stato è al collasso sotto la maggior parte dei punti di vista.

Basta aprire Facebook un quarto d'ora e leggere coloro che sbeffeggiano chi vuole bloccare l'Italia con scioperi a oltranza per rendersi conto che allo Stivale manca l'ingrediente base: l'unità
Che sarà mai la disperazione di intere categorie lavorative di fronte all'indignazione perché il mio treno ha due ore di ritardo, per colpa di una manica di stronzi che hanno occupato i binari? Che vadano a lavorare! Dove non si sa, ma che ci vadano, purché la rivoluzione la facciano in silenzio e senza provocare disagi. Ho un giardino, un iPhone e un cane del quale prendermi cura, anche se tutto intorno sta crollando il mondo a pezzi.


In Italia quello che più importa nonostante tutto è il concetto del "mio pezzo di giardino" nel quale far entrare solo chi dico io e che mi sono guadagnato con il sudore della fronte. Dettagli se magari l'ho guadagnato proprio con il sudore della fronte di qualcun altro, che è amico quando conviene e diverso quando ha bisogno lui di aiuto, facendo ancora un errore basilare, diventato ormai patetico: pensare che la massa di gente voti ancora per la vecchia classe politica perché é disinformata.
Si incappa così nel solito errore di considerare il popolo italico una massa di cretini. Non è più così, ammesso che lo sia mai stato. 
Penso e credo più al potere della connivenza e della complicità della gente che alla loro ignoranza. La metà delle persone in Italia regge i propri privilegi sulla miseria dell'altra metà e quando a fatti si chiede loro di rinunciare a un pezzettino del loro giardino verde e pulito ti guardano come a dire "ma perché devo rimetterci per forza io e non qualcun altro?"

Per questo che le rivoluzioni in Italia non attecchiranno mai come succede ed è successo nella maggior parte dei paesi latini. A mancare non sono fame e livello di necessità. A mancare è proprio l'ingrediente di cui sopra: l'unità. 

L'Italia in questo momento ricorda abbastanza l'Ecuador del pre-Correa, dove tutti erano liberi di dire e fare qualsiasi cosa, tranne quello che contava veramente. Certo, è stato facile per un presidente colto e preparato ottenere il consenso della massa popolare ridotta in macerie da decenni di mala politica, con azioni mirate da una parte a migliorare la loro qualità della vita ed eliminare la povertà e dall'altra a soffocare piano piano e inesorabilmente le voci fuori dal coro.

Che cosa vuole il popolo del resto? 

Una casa dignitosa nella quale vivere, sanità e istruzione a carico di tutti, illusione di benessere e di un leader baciato dal Signore che pensi e che decida al posto loro. E' qui che vince facile uno come Correa e allo stesso tempo diventa insopportabile a chi non vuole il suo Paese ridotto, anche se con la classe e con il sorriso, in una massa di pecore alle quali viene dato il biscottino come ai cani.

L'Ecuador e l'Italia hanno un'altra analogia: la dollarizzazione.

(Qui un link per approfondire sullo stato dell'Ecuador ai tempi in cui fu istituita)

Dollarizzare uno Stato non significa, come erroneamente pensano in molti, istituire obbligatoriamente il dollaro Usa come moneta ufficiale. E' un sistema nel quale uno stato più potente presta la moneta a uno stato più debole per porre fine all'inflazione e mettere ordine ai prezzi. L'Ecuador ha il dollaro americano e noi abbiamo l'Euro; loro dipendono dalla Federal Reserve come noi dalla BCE. In questo modo abbiamo una bassa inflazione e una moneta forte che se fossero parametri con un senso compiuto garantirebbero un benessere diffuso. E' chiaro che non è così. La differenza tra Ecuador e Italia in questo caso è che la bolla nello Stivale è già esplosa per via della mala politica, che ha dimezzato i tempi della crisi per la sua inefficienza di fronte a chi comanda veramente, calando i pantaloni e svendendo come all'asta degli oggetti rubati le aziende più preziose e strategiche del Paese, sacrificando la sovranità monetaria ed economica sull'altare della stabilità. 
Questo non significa che anche qui la stessa bolla non sia destinata a esplodere allo stesso modo, se e quando la gente si abituerà sempre di più a consumi e benessere e inizierà a indebitarsi per le cose più assurde come da noi succedeva una decina di anni fa.

In conclusione, manifestare è legittimo, sognare una rivoluzione ancora di più, ma lamentarsi per il disagio che questo comporta è come lamentarsi del sapore del chinino da ingurgitare mentre si sta morendo di malaria.

La rivoluzione è un concetto che appartiene a tutti quelli che sanno ancora sognare. Dal sogno bisogna svegliarsi però e, parafrasando il grande Patrick Swayze, essere disposti a pagare il massimo se si vuole il massimo.





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