VENEZUELA, Dejarse llevar


Della Gran Sabana in maniera razionale si può dire ben poco. Se fossi religioso direi che Dio quel giorno era particolarmente ispirato con il suo pennello. E' praticamente impossibile non rimanere di sasso di fronte a tutte le cascate, le rapide che la natura forma da questa parte dello stato di Bolivar. E' impossibile anche non essere pizzicati da tutte le specie animali che popolano la zona, soprattutto in questo frangente dell'anno. Mi rassicurano per quanto riguarda il Dengue, spiegandomi che in una zona dove la maggior parte dell'acqua è corrente è difficile la formazione di larve. Faccio i conti inevitabilmente con i puri puri, minuscoli insetti che resistono a qualsiasi tipo di repellente e che pungono come se fossero insaziabili lasciando un unconfondibile bollicina rossa sulla pelle. Le parti scoperte del corpo sono così completamente martoriate, come se dovessi pagare un tributo di sangue alla natura per poter vedere questo posto. Aldilà dell'incommensurabile bellezza del luogo vorrei soffermarmi su come siamo arrivati a decidere di far visita a questo paradiso, che non è certo l'unico del paese venezuelano, considerando che non era neppure nelle tappe che avevamo prestabilito prima di passare il confine con la Colombia. A proposito di confine, ora lo posso dire ufficialmente: Ale Cona è stato in Brasile e ci sono testimoni prezzolati che lo possono confermare. Si solo per mezza giornata, in una zona di confine a 100 metri dalla dogana, con quasi tutti i negozi chiusi e poche anime in giro, però approfittando che l'inizio del nostro percorso era a 20 km dal confine, abbiamo passato l'intera mattinata alla Linea, un pueblo di frontiera dove per un pò abbiamo potuto ascoltare il portoghese (senza capirci nulla ovviamente).
Un passo indietro: dopo aver constatato che la cascata più famosa del Venezuela il Salto Angel era troppo cara per i nostri budget ci troviamo nel marasma più totale riguardo a dove andare prima di partire per la Colombia. Isla Marguerita e Delta dell'Orinoco sembrano tra le ipotesi più accreditate fotograficamente parlando, anche se c'è qualcosa che fa si che rimaniamo oltremodo in una condizione di indecisione, fino a quando ci imbattiamo in una bancarella di un calzolaio in una zona del centro di Caracas. La fidanzata del proprietario è una donna italiana che lavora come volontaria da 4 anni per conto del Servizio Volontario Internazionale. Claudia vive a San Felix, città che sta esattamente a metà tra la capitale venezuelana e il confine brasiliano. La giovane ci consiglia di andare in Gran Sabana, attraversando una strada che porta fino alla frontiera carioca e che taglia in due paesaggi meravigliosi, cascate e fiumi che bisogna assolutamente visitare. Ci suggerisce inoltre di far partire il nostro percorso da sud per risalire in autostop piano piano e vedere più fiumi e cascate possibili, in base alla nostra sorte con il pollice all'insù. Per completare l'opera ci offre ospitalità una volta arrivati a San Felix, dopo averci accompagnato in una scuola elementare di Porto Ordaz, una città vicino a San Felix dove la donna lavora e dove scopriamo come i bambini si cimentano con il riciclo dei rifiuti riutilizzati nelle maniere più strane e geniali possibili. Claudia ci racconta le due facce distinte del Venezuela che a nostra volta stiamo imparando a conoscere. Aldilà della pericolosità del luogo (anche lei conosce tante persone che hanno perso figli o amici morti ammazzati per i più futili motivi) ci spiega come qui l'umanità della gente sia unica proprio perché il confine tra vita e morte è molto sottile. La gente pensa così a godersi quello che ha senza fare entrare lo stress dalla porta principale. C'è molta più coscienza della morte proprio perché si ha a che fare con lei molto più spesso e si finisce per accettarla senza drammatizzarla troppo. Claudia tornerà in Italia dopo 4 anni vissuti qui e la nostalgia di casa è mista alla paura di abbandonare un luogo che dal punto di vista umano l'ha arricchita molto di più di quanto avrebbe fatto qualsiasi tipo di lavoro. 
Salutata la donna e promesso che ci rivedremo non si sa dove nè quando, partiamo da San Felix destinazione Sant'Elena, da dove, dopo una breve visita al confine brasiliano potremo così iniziare la nostra risalita in autostop e tenda tra fiumi, cascate, rapide e natura a perdita d'occhio. L'autobus in direzione di Sant'Elena va in avaria a metà strada dato che rischia di perdere una ruota non fissata bene e non sembra tanto semplice recuperare un bullone per fissarla meglio. Ci fermiamo così in mezzo al nulla per 7 ore senza che nessuno batta ciglio o si lamenti dell'inconveniente, anzi. Le donne si accostano sul ciglio della strada e iniziano a raccontarsi le loro vicende, mentre gli uomini si riposano sul prato adiacente aspettando pazientemente che qualcuno li riporti a destinazione. Anche in questa occasione osservo esterrefatto come le persone accettino tutto quello che succede loro, senza produrre il benché minimo sforzo. Per loro la fatalità è un mantra e il sorriso viene prima di qualsiasi impegno imprescindibile che avevano preso prima di salire a bordo dell'autobus. Lasciarsi trasportare d'altronde significa accettare la corrente quando è agitata come quando è calma, e bisogna aspettare che ritorni il vento. Una metafora perfetta di tutti i fiumi e le rapide che vedremo con i nostri occhi, che sono come il flusso cosmico di due viaggiatori che non sanno dove andranno a finire ma hanno la certezza che dove c'è un fiume prima o poi si troverà il mare.






















 



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