VENEZUELA, Come l'oro grezzo

La pioggia torrenziale batte incessantemente sul tetto di lamiera sotto il quale sto dormendo. Il rumore del caratteristico Palo de Agua è talmente forte da destarmi e da farmi dubitare della resistenza del tetto. Non ricordo cosa stavo sognando, probabilmente il cervello mi stava riproponendo frammenti di una vita normale, come fa spesso ultimamente.
Al buio della stanza condivisa con un ragazzo senegalese e uno della Guinea Bissau i miei occhi si abituano abbastanza velocemente, non più di quanto abbia fatto nella mia sistemazione venezuelana. La casa nella quale sto vivendo si trova nel barrio Las Madres della periferia di San Felipe, che nonostante chi ci vive mi ha garantito che sia uno dei più tranquilli dello stato, mette sempre un pò di timore, soprattutto quando il sole si abbassa. Siamo in otto a condividere l'appartamento. Oltre a me e i miei due compagni di stanza, ci sono tre ragazze etiopi e altri due giovani guineani.
Quello che mi chiedo quando il Palo de Agua minaccia di allagare la stanza è una cosa semplicissima: quando la mia vita ha iniziato a sterzare lentamente fino a farmi inseguire una condizione di vita dove l'adattamento è più importante dell'aria che respiro? Eppure non ero sempre stato così. Avevo un lavoro, che con lo stress che provocava garantiva la certezza di una vita scandita mensilmente. Ricordo un tempo nel quale potevo dire di vivere in una casa mia. Più che per la puntualità nel pagare l'affitto potevo dire che era mia perché avevo scelto quasi ogni particolare di quel micromondo, compresi i colori sgargianti delle pareti. 
Poi è successo qualcosa che con la lentezza e la fermezza di una palla che scivola verso il basso su un piano inclinato mi ha portato fino a qui: un appartamento di un barrio venezuelano infestato dalle zanzare e da ogni tipo di insetto nel quale le lucertole scorazzano indisturbate sui muri. Mi sono dimenticato di cosa sia una doccia con l'acqua calda, per non parlare dell'acqua corrente. Un secchio di acqua che arriva da una tanica è un lusso che ci si può permettere quasi tutte le mattine in un bagno di cemento grezzo condiviso con altre sette persone che parlano la mia terza lingua solo quando si rivolgono a me, altrimenti le mie orecchie si devono abituare all'etiope e a una derivazione del portoghese.
Sono il piccolo centro caldo del mondo, direbbe Edward Norton. In effetti, come il protagonista di Fight Club, un paio di settimane in un posto che grida essenzialità con tutta la sua forza sono più che sufficienti per rendersi conto che tutto il resto era superfluo. Niente internet, niente tv (ma questo succedeva anche a Milano), niente radio, niente cose attraverso le quali si possa comunicare in maniera virtuale, solo un quaderno dove scrivere appunti per evadere almeno un pò dalla forza di questa realtà.
Le persone che condividono con me questa cloaca sono studenti dell'ELAM, ragazzi  con la testa sulle spalle partiti dal proprio paese per conseguire una laurea e tornare in patria a curare chi non può permettersi di farlo. Questa casa è un'opportunità che dà l'universita chavista di studiare fuori dalle mura della sede di Caracas a stretto contatto con i vari consultori cubani che nei barrios di tutto il paese sono cresciuti come funghi grazie alle politiche degli ultimi anni.
Il mio zaino diventa ogni giorno sempre più pesante. Come se tutte le cose in esso contenute man mano diventassero sempre più inutili, come se mi fossi finalmente reso conto che i 25 modelli di mutande differenti che mi sono portato perché avevo paura di rimanere senza alla fine erano un pò troppi.
Spingersi verso la soglia massima di adattamento non significa semplicemente rinunciare a tutto.
E' svestirsi lentamente di tutte le cose che si sono possedute fino a ora guardandole per quello che sono veramente. E' un ritorno allo stato brado alla ricerca del proprio io più grezzo. Solo allora si può avere coscienza di cosa sia realmente necessario per rivestire una persona che è stata denudata e quindi scoperta nella sua verità.
Tornerò alla civiltà alla quale sono sempre stato abituato. Tornerò a fare una doccia calda, a scaricare l'acqua nel water senza utilizzare un secchio, a lavarmi i denti in qualcosa che somigli a un lavandino e ad addormentarmi su un letto senza dover controllare se sotto di esso qualche bestia tropicale sta entrando nelle mie scarpe. Tornerò sapendo una volta di più che la maggior parte delle cose per le quali soffriamo, che ci fanno mangiare bocconi amari, sopportare con un sorriso persone che uccideremmo volentieri e fare levatacce nelle mattine di inverno rigido non sono necessarie a vivere in maniera dignitosa. Sono un lusso che è legittimo inseguire perché lo sviluppo non è il diavolo e sono ancora convinto che le cose possano aiutare le persone. Come ogni lusso andrebbero però trattate con rispetto sapendo che possono sparire da un momento all'altro invece di darle per scontate.
Esattamente come ogni conquista. Che va custodita, rispettata, amata e alimentata ogni giorno, per non far si che scivoli dalle mani senza rendersene conto.








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