IN COLOMBIA! La forbice di Bogotà



Venezuela e Colombia a prima vista possono sembrare come due vicini di casa che condividono lo stesso stabile vivendo lo spazio comune agli antipodi l'uno dall'altro. Sono vicine su una cartina geografica ma distanti anni luce dal punto di vista ideologico e politico. Sono la perfetta metafora che la politica non può accontentare tutti e che con tutti gli sforzi che si possono fare lascerà l'amaro in bocca a qualcuno. Quando si passa il confine di Cucuta, la zona più tranquilla per oltrepassare la linea immaginaria che divide i due stati, la differenza sostanziale si nota subito. L'aria sembra cambiare consistenza, i visi delle persone acquisiscono contorni, colore e lineamenti molto più europei e la zona del terminal degli autobus si avvicina molto a quello che potrebbe essere un quartiere industriale europeo, costellato di marche e negozi di multinazionali. La Colombia è il prima paese americanizzato che visitiamo dopo 100 giorni esatti di socialismo e l'impatto non può che essere molto forte. Siamo liberi finalmente dall'assurdità del doppio cambio nero e ufficiale della moneta venezuelana e i pesos colombiani mi riportano inevitabilmente ai tempi in cui in Italia c'era la lira (1 euro vale 2400 COP). A Cucuta (dove saggiamo sulla nostra pelle i raggiri degli omini che pretendono la mancia solamente per accompagnarti nell'ufficio di una compagnia di trasporti) prendiamo un autobus che dopo 18 ore di viaggio tra frane, zone di montagna meravigliose e paesini in stile messicano, ci porta nella capitale Bogotà. E' inevitabile che la prima occhiata della terza città più alta dell'America, dopo essersi abituati alla sensazione di pericolo perenne di Caracas, mi lascia a bocca aperta. La città sembra una Los Angeles/Dublino sud Americana che pullula di musei, iniziative culturali, e dove sembra proprio che la gente si senta libera di uscire la sera senza l'obbligo implicito di recarsi a casa quando il sole tramonta. Presto, parlando con i cittadini che ci ospitano, ci rendiamo conto che da queste parti i problemi sociali sono tutt'altro che risolti e le persone più disagiate sono nascoste (nemmeno troppo bene in realtà) ai margini della città, come polvere celata sotto il tappeto per non fare brutta figura con un ospite che arriva all'improvviso. La stratificazione sociale dei colombiani mi ricorda molto quella statunitense e passando una giornata nel centro nevralgico della capitale ci si rende conto di tante persone che sono letteralmente abbandonate al proprio destino agli angoli delle strade. Nonostante il sindaco della città sia di sinistra, in un paese dove la sinistra quasi è stata eliminata con la forza, la forbice tra ricchi e poveri sembra larga come solo mi era capitato di vedere a New York. E' la faccia della medaglia che non si vorrebbe mai vedere, e il tributo che sembra inevitabile pagare per lo sviluppo di un paese che potrebbe produrre molto di più con le proprie forze, ma è schiavo della politica di modernizzazione degli Usa, che qui hanno carta bianca con le proprie multinazionali. Venezuela e Colombia sono come due fratelli coltelli. Le politiche sociali dell'uno e le politiche sullo sviluppo dell'altro insieme formerebbero un paese perfetto. Sembra invece inevitabile che facendo crescere un paese, i più deboli debbano per forza rimanere indietro e aiutando i più svantaggiati si crei inevitabilmente parassitismo e persone che si siedono sulla comodità e la pretesa che qualcuno debba aiutarli. Sono due facce della stessa medaglia che però quando si lancia in aria cade inevitabilmente solo da una parte, scontentando per forza di cose  l'altra metà. Bogotà è traicionera, come i tombini che sono disseminati nelle strade, il più dei quali con un buco in mezzo dove molte volte si rischia una caviglia. Non è Caracas, dove si respira il pericolo e quindi si fa attenzione alla minima anomalia. Sembra proprio una città normale, nonostante tutti i senzatetto che abitano il centro. Alcuni di loro si fermano nelle baracchette di Obleas, tipico e buonissimo dolce colombiano, per farsi offrire una birra o qualsiasi bevanda possano rivendersi un attimo dopo per comprare una dose di cocaina (Niente a che vedere con la Coca, che qui è venduta in maniera assolutamente legale per i più svariati motivi medici).
Bogotà è anche la Universidad Nacional che simboleggia la lotta studentesca di chi non sopporta le politiche filo-americane del governo e vuole un paese più giusto e diritti per i più deboli. E' la città dove i senzatetto tossicodipendenti vanno in giro per le strade mostrando visi deturpati e dilaniati dalla mancanza di cure unita al consumo di cocaina, che a volte viene tagliata con polvere di mattoni grattati dai monumenti storici. E' una pentola a pressione che dà l'idea di essere sul punto di esplodere solo quando il sole si abbassa. E' anche un luogo dove un ragazzo di 27 anni può diventare il coordinatore di alcune delle biblioteche pubbliche cittadine e una coetanea giornalista lavora a un'indagine storica per ricostruire la verità su tutti i conflitti che hanno dilaniato dal di dentro il paese. Il sogno che chiunque possa raggiungere quello che persegue nasconde sempre un incubo che alcuni non possano neanche partecipare alla partita. Bogotà è una megalopoli dove a differenza di Caracas le comunas (i barrio più poveri e pericolosi) stanno ben lontane dal chiasso e dalla vita movimentata del centro. Merita una visita, merita di fermarsi a viverci più di quanto farò realmente, come tutta l'America Latina. Per rendersi conto ancora una volta della genialità, delle contraddizioni e delle assurdità dell'animo umano.


























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