CUBA, La Habana, una città che si sveglia al canto del gallo




La luce del sole filtra dalle imposte spartane che separano il mondo esterno dalla stanza nella quale oltre a me altre sette persone hanno passato la notte. Non è quello a destarmi dal sonno disturbato dall'adrenalina. A riportarmi alla realtà della nostra prima notte cubana è il canto di un gallo in lontananza che con il suo urlo inconfondibile sancisce l'inizio di un nuovo giorno come un arbitro sancirebbe l'inizio delle ostilità in una partita di football con il suo fischietto. L'ultima volta che mi sono svegliato in questo modo che io ricordi mi trovavo in Sicilia, qualcosa come 15 anni fa. C'è molto sud Italia nel rumoroso vociare del mattino, nell'aroma deliziosa del pane appena sfornato dai panaderos che lavorano nella panetteria a fianco alla nostra casa particulare, nelle costruzioni diroccate di questo quartiere dell'Avana, una fetta di capitale cubana dove pare proprio che il tempo abbia smesso di andare avanti. La prima impressione atterrati a Cuba effettivamente è proprio questa: l'isola della Revolucion castrista dà l'idea di essere abbandonata a sé stessa nella misura in cui una persona non considera la civiltà e l'avanguardia un mero inquinamento. La strada che dall'aeroporto ci guida al quartiere dove alloggiamo la prima sera è praticamente priva di insegne e di illuminazione. Grandi viali desolati e qualche graffito qua e là fanno da cornice ai pochissimi cubani che sembrano vagare a bordo strada o che stazionano nei pressi delle loro automobili, che farebbero bellissima figura in uno dei tanti film di Hitchcock, considerando che sono gli stessi modelli di automobile utilizzati in quegli anni e gli ultimi importati dagli States prima dell'embargo. La modernità, checché si parli di aperture liberali di Raul Castro, è uno spiraglio che lasciano intravedere giusto i turisti che vengono dai paesi industrializzati o i viaggiatori come noi che hanno scelto l'isola come prima tappa.​ Il comunismo ha del resto estirpato alle radici la criminalità, semplicemente togliendo l'ingrediente principale, vale a dire la ricchezza, esattamente come se tra due squadre di calcio che si contendono la vittoria sparisse improvvisamente il pallone.​ I cubani non sono piccioni che si fanno la guerra per le briciole e la loro educazione si è così regolata nel rispetto per le persone più che per le cose e i turisti vengono adorati in quanto fonte di guadagno per l'intera comunità.​ Quando dal taxi in condivisione con un turista russo scendiamo all'indirizzo della casa particulare, ci rendiamo conto che dovremo contare sul nostro marcato spirito di adattamento. Un caratteristico edificio completamente al buio ci si para davanti, facendoci dubitare di aver annotato correttamente la nostra destinazione. Ci accoglie un signore sulla sessantina con il viso segnato dalle rughe tipiche di un pescatore consumato che indossa un paio di ciabatte di pelle, che mi riportano ancora ai tempi della mia infanzia in Sicilia e a quanto non sopportassi quel modello di calzatura ai piedi di un mio vecchio zio, dato che metteva in evidenza le sue unghie non proprio linde. Fortunatamente sono troppo stanco per curarmi di un particolare del genere a quell'ora. Ci fa strada in questa abitazione su tre piani, affascinante in quanto denota subito i segni del tempo su di essa. Mi tocca una branda in lamiera, comoda come lo sarebbe il tetto di un'automobile e scomoda come il divano di casa Ponale (quindi comodissima per me :-), mentre Faby trova rifugio al piano di sopra di uno dei tre letti a castello già occupati da altre persone che ci hanno preceduto. Per noi ha inizio un periodo di vita precaria, dove l'adattamento diventerà il nostro più fedele alleato e dove ringrazieremo Dio quando avremo la possibilità come in questo caso di usufruire di una doccia calda, fatta con l'allegra compagnia dei moscerini che hanno trovato terreno fertile tra le pieghe della tenda da doccia.​ D'altronde quando si vuole essere liberi bisogna trovare posto per tutti... ​





























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