CUBA, Il paradiso dietro la montagna


A ogni salita corrisponde una successiva discesa. 
Vale per tutto.
Vale in senso metaforico quando ci si trova di fronte a una difficoltà che ci sembra insormontabile,   Vale quando imbocchiamo una strada giusta che ci suggerisce in un orecchio con tutte le sue intemperie e le sue buche di non lasciarla nonostante siano molteplici le alternative più agevoli.
Vale letteralmente quando si decide una volta nella vita di imbarcarsi su un camione che da Santiago ti porta a Baracoa, una cittadina che si affaccia sull'Atlantico dalla costa nord-orientale di Cuba e che se ne sta timidamente nascosta dietro una montagna alta 2000m, come se le avesse delegato la salvaguardia della propria incolumità dall'inquinamento della civiltà. Baracoa è una Cuba con la quale difficilmente hai a che fare se non fai tappa proprio qui. Per certi versi anche l'aria che si respira (quando non ci si trova sulla carrettera principale di Santiago intossicati dai gas di scarico) è diversa da tutti gli altri posti che abbiamo visitato finora, e il fatto che sia rimasta a lungo isolata dal resto dell'isola le dona quella giusta dose di naturalezza incontaminata.  In questo piccolo borgo di mare convivono barche da pesca, fiumi con acqua trasparente, boschi di palme e montagne, che formano un mix straordinario di colori e di sapori. 
Come ogni perla richiede fatica per scovarla e un pizzico di incoscienza e testardaggine. La strada che infatti porta a Baracoa è una sola e valica una montagna che divide la parte sud della costa bagnata dal Mar dei Caraibi, alla parte nord che viene raggiunta dall'Oceano Atlantico. Scegliamo ovviamente il mezzo meno convenzionale per arrivarci partendo la mattina da Santiago de Cuba, sottovalutando la distanza che dobbiamo percorrere e facendo tappa intermedia obbligatoriamente a Guantanamo. I nostri amati camiones, da quando da Trinidad verso Camaguey ne abbiamo saggiato efficacia ed economicità, ci aspettano anche questa volta per la nostra prossima destinazione. Il viaggio verso Guantanamo è tutt'altro che agevole, considerando i diversi controlli delle autorità che fermano a più riprese il mezzo salendo per effettuare alcuni controlli. Arrivati nella città che ci ricorda inevitabilmente le carceri delle torture americane ai danni dei prigionieri di guerra, fatichiamo non poco a trovare un ulteriore camione che ci porti al traguardo, rendendoci conto di quanto stiamo diventando abili nel trattare i prezzi con i tassisti che ci propongono cifre abissali per il nostro budget. Dato che abbiamo sbagliato fermata però, siamo costretti ad accettare un passaggio da due motociclisti che ci spillano 20 pesos cubani a testa per portarci dall'altra parte della città. Mentre parlo con il pilota della motocicletta che mi accompagna, mi rendo conto che anche lui, come la maggior parte dei giovani che abbiamo conosciuto  in queste due settimane a Cuba, mostra in maniera evidente la sua insofferenza alle regole del comunismo castrista, manifestando a più riprese la sua volontà di scappare dal suo paese. In questo modo mi appare più esplicita la spaccatura tra le ultime due generazioni cubane: i più anziani, che hanno vissuto la Revolucion e che tengono ancora Fidel Castro sul palmo della mano, e i più giovani, che farebbero volentieri a meno dei giganteschi manifesti che inneggiano alla vittoria del popolo, ritrovandosi ad arrabattarsi con qualsiasi tipo di secondo lavoro improvvisato per poter arrivare alla fine del mese senza la lingua penzoloni. Arrivati alla fermata dei los camiones per Baracoa ci tocca aspettare più di due ore prima di poter salire sul mezzo, durante le quali facciamo la conoscenza del rettore universitario della cittadina, un piacevolissimo signorotto che ci accompagnerà per tutto il viaggio verso la cittadina e che ci promettiamo di andare a trovare. Mi ritrovo a contrattare con il ragazzo deputato al carico dei passeggeri che ci chiede 10 CUC a testa (250 pesos cubani), mentre il prezzo per i cittadini si aggira intorno ai 30 pesos nazionali. Alzo un po' il tono della discussione grazie al mio spagnolo che inizia a migliorare per gentile concessione della mia personalissima professora, facendo capire all'uomo che non siamo il tipo di turisti che si lasciano impressionare dal fatto di rimanere a piedi e che sappiamo benissimo che vuole lucrare sulla nostra condizione. Arriviamo a un passo da rimanere fermi al terminale, dato che la contrattazione sembra essersi conclusa con un nulla di fatto. Come succede spesso in questi casi però, un briciolo di pazienza e di cocciutaggine vengono sempre premiati, e la spuntiamo con 40 pesos nazionali cadauno. Praticamente un caffè per una tratta tortuosa di 160 km. 
La necessità come sempre abbatte qualsiasi tipo di barriera e risulta sempre l'arma più persuasiva per ottenere le cose, e qui a Cuba lo stiamo sperimentando sulla nostra pelle. 
La nostra volontà è stata chiara sin dal principio del resto. 
Questo è un viaggio. 
Un viaggio vero, che nasconde insidie e trabocchetti per farti sempre e comunque decidere per la strada più semplice. Ma non per noi, che sappiamo benissimo che quando la salita inizia a farsi veramente ripida è perché sicuramente dall'altra parte della montagna c'è un paradiso ad aspettarci.











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